Tre, ovvero l’insindacabile giudizio della coincidenza

Giovedì 28 Maggio 2009

Il cinque febbraio del millenovecentottanta ammisi che la vita è un incontro di baseball.
Mi ci volle tempo, tanto tempo per riconoscerlo.
Perché cazzo, la metafora è vomitevole, di un naif imbarazzante, di quelle che leggi sui Baci Perugina, e io ero un anarco-insurrezionalista indiscutibile, mai avrei sognato di calcare il mio pensiero su una forma mentis statiunitense.

E invece, quel cinque febbraio lo ammisi.
La vita, sì, è un incontro di baseball.
Si dipana lenta per periodi interminabili, poi esplode all’improvviso, per trenta secondi è il delirio, poi tutto crolla di nuovo, e mesti si torna alla quiete democristiana, con la cinica pretesa che con essa torni anche la tranquillità interiore.

Ma poi, soprattutto, nella vita c’è chi lancia e chi batte (zero battute scontate, please).
Io, in particolare, ho capito di aver giocato la partita dalla parte sbagliata.
Dalla parte del lanciatore, in particolare.
Sempre attento a cercare un varco, uno spazio in cui far sfilare la palla.
Io non l’ho mai vissuta, la vita, io l’ho stuprata.
Perché l’ho affrontata in modo aggressivo, andandomi a prendere con la forza quello che desideravo dal ventaglio di opportunità che essa mi proponeva.
Ed è così che ti fotte, la vita.
Ti fa sentire grande, ti fa credere di avere potere sul mondo, e invece.

Invece no.
Perché alla fine, anche se sei riuscito a prenderti qualcosa di tua iniziativa, la scelta è sempre, e comunque, pilotata.
Sei tu che hai visto una serie di possibilità.
Sei tu che ne hai scelta una.
Sei tu che hai affibbiato a quella possibilità l’epiteto di desiderata.
E la tua concezione di quella cosa, alla fine, è turbata da tutta una serie di congetture e opinioni tue e solamente tue.
Hai scavato la vita con le unghie, hai rosicchiato informazioni qua e là, poi hai detto toh!, questa è una cosa che piace anche a me, e poi toh!, anche questa, e poi toh!, è fatta, è mia.
Così che, alla fine, ti sei convinto tu, che la tua vita fosse ciò che volevi.
Quando invece l’hai modellata all’eccesso, sulla base di qualcosa che di tuo aveva poco e niente, e adesso è qualcosa di completamente diverso da ciò che era nella fase embrionale.

Meglio, molto meglio una vita da battitore, invece.
In quiete, in attesa.
E quando arriva la palla, quando la vita decide che ti debba arrivare quella palla, quando quella palla non è più una palla, ma tutta una serie di coincidenze e circostanze che poi chi le ritrova più, allora provi a colpirla.
Se non ci riesci, pazienza.

Ma se ci riesci, ah se ci riesci.
Trenta secondi di gloria, di vita a ritmo NoFx.
E poi magari sei fuori.
Ma vabbè.
Almeno non hai di che pentirti di nessuna tua scelta.

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Marco ha un cervello uessebbì

Martedì 26 Maggio 2009

Marco ha un cervello uessebbì.
Una normalissima periferica plug-in, roba da due soldi, che la connetti al computer e via, senza tanti problemi.
Trasferimento dati, cancellazione, taglia, copiaincolla.
E se proprio scappa il tabula rasa, se proprio vuole cancellare tutto e ricominciare da capo, scatta la formattazione (rapida, il più delle volte).
Nessun sistema operativo, nessuna applicazione.
Solo un puzzle surreale che costruisce a suo piacimento, è lui a decidere se i pezzi nuovi sono coerenti con quelli vecchi, non c’è nessun santone a dire se l’incastro è giusto o sbagliato.
E se proprio esce fuori qualche starnuto di incompatibilità, poco male, basta sovrascrivere, cancellare, spostare.

Marco ha un cervello semplice, un cervello uessebbì.
Ha dei metri di giudizio e di ragionamento degni della provincia di Frosinone.
Sto bene sto tranquillo il lavoro mi dà soldi anche se non mi piace con questa ragazza sto bene me la sposo.
Marco è l’anelito della semplicità.
È tutto quello che un artista come Cristo comanda non vorrebbe mai essere.
Semplice, pulito, banale.

Marco ha un cervello elementare, un fantastico cervello uessebbì.
Quando vuole staccare dal mondo, gli basta un colpo di tasto sinistro sulla barra delle applicazioni.
Disattiva la periferica, la rimuove, e da quel momento è in un angolo, il suo angolo, dove nessuno può vederlo, nessuno gli può rompere i coglioni.
Entra ed esce dal mondo, Marco.
Ci si attacca da un angolo, prende quello che gli serve, non fa domande né tantomeno spiega perché.

Marco ha un cervello geniale, un primitivo cervello uessebbì.
Ha un limite di capacità, oltre quello non si sovraccarica, non può né vuole.
Ha i suoi tot giga di spazio, e dentro ci mette quello che gli pare.

Perché Marco, Marco ha un cervello uessebbì, un cervello libero da dolori infondati e lontani.

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Sei e ottanta

Giovedì 14 Maggio 2009

Rovistando tra i futuri più improbabili
voglio solo futuri inverosimili
e non avere mai le mani fredde
e non finire mai le sigarette

Mikhael osserva la sua vita sgretolarglisi attorno, come sabbia da un pugno chiuso male.
La quotidianità uccide la vita, pensa.
Io non sono i piatti che lavo.
Non sono le quattro mandate con cui apro la porta di casa.
Non sono il tasto “on” del mio televisore.
Non sono un divano rotto, non sono rifare il letto, non sono avviare la lavatrice.
Non sono la preoccupazione che il fornetto elettrico scaldi troppo i circuiti della lavatrice su cui è appoggiato.
Non sono lo smacchiatore sui colletti delle camicie, non sono il ferro da stiro che non passo sui vestiti.
Non sono la sveglia che disattivo, non sono la cipolla che affetto per cucinare.

Eppure, pensa, quanti ricordi, quanti propositi nel mio passato.
Quando tutto questo non era scontato, quando erano altri a cucirmi addosso la quotidianità, e io vivevo placido e instabile come una vera rockstar.
Mikhael pensa alla cassiera della mensa in cui mangia ogni giorno.
Menù prefissati, primosecondocontornoacquaepane euro seieottanta.
E quella cassiera, che ogni giorno incrocia centinaia di sguardi tutti uguali e morti, e a ognuno di essi regala il suo seieottanta, poi incassa, dà il resto, lo scontrino, e via con una nuova, emozionante avventura.
Quanto dev’essere brutto, pensare che la frase che hai detto più volte nella vita è seieottanta.

Mikhael prende una vecchia foto piena di troppi capelli.
Dice.
“È giusto”.
Ma pensa.
Seieottanta.

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Marxisti-Leninisti Discodance!

Mercoledì 6 Maggio 2009

Negli ultimi giorni mi sono cimentato con un programmino famosissimo che soddisfa pienamente le esigenze di chi, batterista come me (e quindi totalmente incapace di comporre qualcosa che abbia anche una minima accezione armonica), vuole comporre musica orecchiabile senza troppi sbattimenti.

Così, con un amico ho fondato un progettattempopèrso parallelo agli Starlette: i Big Trouble in Vitinia.

Il nostro primo singolo, estratto dall’album (per adesso ancora inesistente) Murder in Via Codigoro, è qualcosa di veramente devastante, a metà strada tra Goa, Psytrance, Industrial e canzone popolare Italiana.

Sbarca su Iutùbb il pezzo che ha sbaragliato le charts di tutto il mondo: la Marxisti-Leninisti Discodance!

Cliccate sull’immagine sottostante per ascoltare la canzone: non date troppo retta al video artigianale (anche se noi che facciamo i coglioni è una cosa preziosa), ascoltate la musica e… dategli cinque stelle!!!

mldd


Mai fidarsi di qualcosa che sanguina per cinque giorni e non muore

Lunedì 6 Aprile 2009

Ehm.
Preparatevi.
Oggi sto per farvi vedere qualcosa di veramente vomitevole.
In verità il video è abbastanza vecchio, molti lo conoscono già, dunque non me ne vogliate se sono ridondante.
E non me ne vogliate neanche se vi farà senso!
Ma io l’ho trovato geniale, e per questo vorrei proporlo alle (poche) persone che ancora non lo conoscono.
Buona visione, e tenetevi vicino un secchio per lo sbratto.

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