Confessioni di un allenatore fallito

Mercoledì 17 Settembre 2008

Quando vidi il Milan dei Palloni d’oro perdere due a zero contro il ben-meno-blasonato Genoa, capii che nella mia vita sentimentale avevo sbagliato tutto.
Fossi stato un allenatore, sarei stato uno Zdenek Zeman: qualche lampo qua e là, tanto spettacolo, un gioco veloce e all’avanguardia, un calcio offensivo e totale, ma tanti fallimenti, altrettanti esoneri e squadre che scoppiavano e metà campionato.
Di Zeman non condividevo solo la testardaggine tattica: inamovibile dal suo 4-3-3 dinamico e frenetico lui (il modo più razionale per coprire gli spazi), totalmente perso nella ventaglio di scelte che il calcio proponeva io.

Le provai tutte, le provai davvero tutte, per trovare il giocatore che facesse al mio gioco, che rendesse il mio undici veramente vincente.

Iniziai con i fantasisti, i tipici numeri dieci tutto genio e sregolatezza, che mi facevano impazzire per fantasia ed estro, ma che mi regalavano non pochi grattacapi: qualche cartellino rosso di troppo, non tornavano mai indietro a turare le falle, e se non erano in giornata mi facevano perdere la partita da soli. Mi regalavano emozioni enormi alternate a stati d’animo degni de La stanza del figlio.

Allora mi affidai ai centrali difensivi di grossa stazza, che senza tanti fronzoli spezzavano le incursioni avversarie con il loro strapotere fisico; ma erano statici, tanto statici, troppo statici, ed il loro gioco sempre uguale, atto a distruggere e mai a costruire, mi annoiò ben presto. Mi facevano sentire protetto, ma incapace di reagire.

Con i registi difensivi andò leggermente meglio: amavo il loro modo elegante di uscire dalla retroguardia palla al piede e rilanciare l’azione, erano fottutamente capaci di rimettermi in piedi ogni volta che cadevo, ma le loro frequenti amnesie difensive mi regalavano certe batoste che ancora ricordo con dolore. Credevo di uscire a testa alta da ogni situazione, ma non ero altro che una proiezione, barocca e velleitaria, di un me stesso in realtà molto più fragile.

Allora chiesi disperato aiuto ai medianacci, centrocampisti che non andavano per il sottile, che macinavano chilometri a centrocampo, che avevano un raggio d’azione più lungo del Camino de Santiago, sempre pronti a recuperare la sfera con il coltello tra i denti, a rompere le manovre avversarie. Ma erano incompleti, troppo incompleti: i piedi erano quelli che erano, ed io avevo bisogno di uno straccio di irrazionalità, non ho mai amato le cose semplici.

Poi venne il tempo delle ali e dei terzini fluidificanti: giocatori rapidi, scattanti, brucianti nel lungo, bellissimi a vedersi, che si rendevano protagonisti di innumerevoli scorribande sulla fascia e sfornavano una quantità indicibile di cross, ma erano molto poco cinici sotto porta, e le rare volte che andavano al tiro sfoderavano conclusioni più sbilenche delle gambe di Garrincha. Mi facevano sentire bello ma incompleto.

Allora mi convinsi di aver bisogno di un centravanti di peso, che la buttasse dentro di testa dopo essersi portato appresso due o tre giocatori: un fulcro del gioco attorno al quale costruire tutta la manovra, uno che fosse il finalizzatore di ogni azione. Ma questo modo di giocare, fatto di fisicità e scarsa, scarsissima fantasia, mi stancò subito: prevedibile, meccanico, farraginoso, ogni offensiva terminava allo stesso modo. Ogni giorno era sempre uguale.

Provai quindi con gli attaccanti d’area, quelli sempre appostati vicino all’area piccola, pronti a gettarla in rete alla minima disattenzione della retroguardia, o abili a bruciare l’avversario sul filo del fuorigioco ed infilare il portiere in contropiede. Giocatori terribilmente pragmatici, brutti a vedersi ma efficaci, ma non era ciò di cui avevo bisogno, non volevo una vita che si appoggiasse sugli errori altrui, e il loro cinismo sotto porta finì per portarmi più lacrime che sorrisi.

Prima di gettare la spugna tentai con i registi di centrocampo. Gente che praticamente giocava da ferma, con dei piedi da far gridare al miracolo; le loro punizioni erano più dolci del Mont Blanc, ed erano capaci di svoltarti la partita con un tiro a girare quando tutto sembrava perso. Ma per il resto erano completamente inutili: non coprivano, erano insopportabilmente lenti ed altrettanto insopportabilmente poco mobili, avevano bisogno di qualcuno accanto a loro che facesse il lavoro sporco. Finii per odiarli, per gli stessi motivi per cui fino ad allora li avevo amati.

Troppi giocatori mi avevano promesso che mi avrebbero portato in cima al mondo, ed a troppi avevo promessio io che avrei fatto di loro i più grandi. 

Ma ero stanco dei tronfi pseudocampioni, delle promesse mancate, dei calciatori affidabili ma mediocri, di quelli geniali ma discontinui, di quelli che volevano essere ceduti, di quelli che temporeggiavano sul rinnovo del contratto, di quelli che volevano diventare bandiere della squadra senza esserne in grado, di quelli che volevano essere titolari e con me vedevano a stento la panchina, di quelli che mi mandavano a fanculo dopo le sostituzioni.

Così, quando la mia modesta carriera di allenatore stava ormai per volgere al termine, la guardai dritta negli occhi.

E tu?
Tu, che tipo di giocatore sei?

//j4ckhh.altervista.org/blog
Immagine tratta da http://j4ckhh.altervista.org/blog

Andai dal presidente, gli strinsi la mano per l’ultima volta e firmai le dimissioni.

Di me rimase solo un asettico comunicato sul sito della società.
Io, con il mondo del calcio avevo chiuso.

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Lunedì 28 Luglio 2008

Ciò che sta succedendo in questi giorni è veramente meraviglioso.
Non scherzo, sono serio: è perfetto, è rotondo, è quadrato, è qualsiasi forma geometrica coerente in ogni suo punto. E nelle figure geometriche i punti, si sa, sono infiniti: ci troviamo quindi di fronte ad un numero interminabile di situazioni e sfaccettature semplicemente meravigliose.
Credo che lo scenario politico di questi giorni sia la cosa più prossima alla perfezione che abbia mai visto. Giotto, per intenderci, gli farebbe una pippa a due mani.

Ma andiamo con ordine: Bossi che offende l’inno Italiano. Mi sorprende, mi fa letteralmente morire dal ridere che la gente si soffermi ancora a parlare di argomenti come questo, argomenti che per me non hanno la minima rilevanza.
Sarà forse perché facendo una ricerca “Bossi+inno” in Repubblica.it escono fuori 309 risultati, e quindi parlare di un politico della Lega Nord che critica l’unità d’Italia è attuale più o meno quanto la professione di amanuense?
O sarà forse perché (e qui so di rischiare l’impopolarità) tutto sommato a me dell’inno Italiano non importa uno stracazzo di niente?

Voglio dire, perché tutto questo affanno a difendere un inno – peraltro bruttino – solo perché è l’inno nazionale? Che significa?
Perché ci ostiniamo a difendere la patria, la collettività, il senso di unità nazionale che non abbiamo nella maniera più assoluta?
Migliaia di volte al giorno si sente dire RomaèmegliodiMilanoMilanoèmegliodiRoma, però quando qualcuno insulta l’inno nazionale, tutti pronti ad esprimere frasi di condanna.
Io dico: chi se ne frega dell’inno nazionale, chi se ne frega della bandiera, chi se ne frega dell’Italia unita e patriottica. Questo buonismo da avanspettacolo filostatiunitense mi fa letteralmente vomitare.
Stringerei la mano a politici che pisciano, cacano e sputano sulla bandiera, farei ovazioni a personaggi che la brucino, la usino come busta per l’immondizia o per pulircisi il culo, purché riuscissero a far andare qualcosa per il verso giusto, in questo paese.

Perché la verità è che questa notizia inutile, che ciclicamente si ripete dal primo giorno in cui la Lega Nord è nata, serve solo a coprire l’ennesima schifezza di governo.
E badate bene: dico di governo, non del governo Berlusconi, visto che per me sono tutti schifosamente uguali.
Mentre gli Italiani discutono di Bossi che mostra il dito medio durante l’inno (ma meno male!, un po’ di vita!, almeno ci svincoliamo per qualche secondo da questo vomitevole politically correct), mentre guardano affascinati Erika che gioca a pallavolo durante l’ora d’aria, mentre si commuovono di fronte alle vicende tragiche di Federica Squarise, il governo approva il Lodo Alfano, e adesso tutti i cittadini Italiani sono uguali di fronte alla legge, tranne quattro.

C’è chi dice che è una norma diffusa anche fuori dall’Italia.
Io rispondo che, nel paese con più segreti di Stato al mondo, nel paese in cui quasi un’intera giunta regionale viene arrestata per associazione a delinquere, truffa, corruzione e quant’altro, nel paese delle stragi di Stato, della P2, di Piazza Fontana, di Tangentopoli, di Calciopoli, di Vallettopoli e di tutte le altre -opoli che il potere ci ha regalato, una legge che sottragga in qualche modo anche un solo cittadino ad un giusto processo è da ritenersi vergognosamente contraria al buon senso.

Tanto più che, con la crisi dei mercati finanziari, con l’aumento spropositato del costo della vita, con i continui allarmi rossi che giungono da Bruxelles sulla nostra pericolante situazione economica (e che i politici stigmatizzano in continuazione!) probabilmente c’è qualcosa di più urgente a cui pensare, che preservare quattro persone dai processi.

Ma poi, scusate, Berlusconi è innocente, no?
Lo dice sempre, lui!
Si deve difendere da accuse ingiuste che gli vengono mosse di continuo!
Venti processi, tutti inventati di sana pianta!
È come se domani l’intera magistratura Italiana si svegliasse, mi chiamasse e mi accusasse di trenta reati di cui io non conosco nemmeno l’esistenza!
Ma, voglio dire, io sono innocente, dunque affronto i processi che lo dimostreranno.
Regolare, no?
Berlusconi, però, non ha tutta ’sta voglia di stare in Tribunale.
Così, con una legge di un articolo e uno sputo di commi, si slaccia tempestivamente dal mondo di favole che gli è stato cucito addosso dalle toghe rosse.

Ogni figura, in Italia, tende irrimediabilmente a diventare la macchietta di se stessa.
Fabio Caressa si è creato un personaggio durante i mondiali 2006, e l’ha esasperato in maniera talmente evidente negli anni successivi (quando di fronte a Reggina-Parma o Empoli-Atalanta la verve era irrimediabilmente minore rispetto al mondiale) che è come se il suo personaggio avesse creato un altro personaggio, ed ora ci troviamo un Caressa derivativo, già sentito: mille diversi Fabio Caressa, tutti uguali a loro stessi.

Allo stesso modo, ora Napolitano è diventato un fantastico imitatore di quello che una volta era il Presidente della Repubblica.
Si sa che il Presidente della Repubblica è una figura per lo più istituzionale, tesa a preservare i valori della nostra Nazione ma con un ruolo principalmente di facciata; qualche potere ce l’ha, anche importante, ma Napolitano è umile, estremamente umile, troppo umile, vomitevolmente umile, e così decide di non esercitare nemmeno le poche fuckalltà che ha.
Potrebbe non firmare il lodo Alfano, ad esempio. Che so, una presa di posizione simbolica contro una legge giudicata incostituzionale da cento costituzionalisti (mica dal barbiere sotto casa). Del resto, modificare la Costituzione con una legge ordinaria è prezioso, speciale, geniale. E Napolitano non vuole rinunciare ad essere parodia di se stesso, e se è per questo, forse, non vuole neanche rinunciare all’immunità.

Quindi, Napolitano firma senza dire “A”.
Noi di sinistra, sono ormai quattordici anni che ci facciamo un culo così, ad insultare con certosina pazienza Silvio Berlusconi.
È un lavoro, insultare Berlusconi!
Allora lasciateci almeno il diritto di insultarlo.
Magari prima o poi succede qualcosa.
Tipo con la Juve, avete presente?

Quando scoppiò Calciopoli, io e un mio amico ci guardammo fissi negli occhi.
Lui mi disse:
C’è qualcosa, in questa vicenda, che nessuno ci potrà mai togliere.
Sono anni che diciamo la Juve ruba, la Juve ruba.
E la soddisfazione più grande è sapere che sì, è vero, la Juve ruba.

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Interessante Iniziativa

Martedì 27 Novembre 2007
Direttamente dal mio blog ho deciso di far partire un’iniziativa rivoluzionaria:
FATTI ESONERARE ANCHE TU DA ZAMPARINI!
Studi? Lavori? Suoni in un gruppo?
Fai qualcosa che possa anche lontanamente essere ricondotta ad un’attività di qualsiasi tipo?
Zamparini può sollevarti immediatamente dal tuo incarico!
Contattami commentando questo post!
Da domani smetterai di fare qualsiasi cosa tu faccia!
Scegli la libertà, scegli l’esonero!

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Ode a Sebastiano Siviglia

Martedì 13 Novembre 2007
Sebastiano Siviglia è L’Infimo.
Sebastiano Siviglia ha militato nella Roma nel 2001/2002 (l’anno dopo lo Scudetto, una delle più forti degli ultimi anni) dopo essersi affermato nell’Atalanta.
Un buon difensore, per carità. Sembrava un discreto acquisto.
Ma la Roma in retroguardia aveva già Panucci, Samuel, Zebina, Cufré, Aldair, ed in più giocava con la difesa a tre.
Quindi, comprensibilmente poco spazio per Sebastiano Siviglia.
Allora è iniziato il suo declino.
Due sole presenze al Parma la stagione successiva, ceduto in gennaio al Parma.
Poi, una buona stagione nel Lecce.
Ed è allora che succede il fattaccio: lo compra la Lazio.
Da quel giorno, per me Sebastiano Siviglia è diventato l’incubo dei derby, il giocatore che non mi fa dormire la notte per quanto lo odio, per quanto mi fa rosicare, per quanto je vorei mena’.
Perché, imputando il mancato decollo della sua carriera alla mancanza di spazio nella compagine capitolina, Sebastiano Siviglia ha maturato un odio irrefrenabile e devastante nei confronti della Roma.
Dovreste vederlo, nei derby, Sebastiano Siviglia.
Sebastiano Siviglia, quando gioca le stracittadine, ha la bava alla bocca e il coltello tra i denti.
Marca in maniera asfissiante, picchia, urla, sbraita, corre, recupera, si immola.
In alcune occasioni ricorda il miglior Beckenbauer.
E lo fa quasi solo contro la Roma, perché Sebastiano Siviglia odia la Roma.
Ricordo ancora lo scellerato derby perso per 3-0 nel 2006/2007.
Dopo la partita, Sebastiano Siviglia stava rientrando negli spogliatoi con tutti i suoi “compagni”, incrociando com’è ovvio le telecamere di Sky.
Mentre io ancora fissavo allibito le immagini accoltellarmi dallo schermo, Sebastiano Siviglia avvicinò il suo faccione rabbioso alla telecamera e urlò Bravi, lo vincete ’sto Scudetto!
Io ero dolore, lui mi fece diventare disperazione.
E la cosa che non riesco ad accettare è proprio che…
…se io fossi della Lazio, adorerei Sebastiano Siviglia.

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Anche il solo dire “Io” è un messaggio

Venerdì 2 Novembre 2007
Io, due sigarette in corpo e il Corriere dello Sport del giorno prima sottobraccio.
E’ la lettura più coraggiosa che si possa intraprendere, il Corriere dello Sport.
Perché è schifata sistematicamente da tutti i tessuti sociali.
Un po’ come i metallari, ecco.
Chi è appassionato di calcio pensa che leggerlo sia blasfemità.
La Gazza è più seria, viva la Gazza!
Chi il calcio lo odia, invece, storce il naso sull’assenza umida de L’Unità, La Repubblica, Libero.
E così via, o almeno credo.
Cosicché, alla fine, chi legge il Corriere dello Sport piace solo a chi legge il Corriere dello Sport.
Ma io non la vedo così.
Il Corriere dello Sport è la sua del gossip compulsivo applicato al calcio.
Ti riempie di informazioni inutili, di voci di corridoio improbabili, di interviste fatte con lo stampino.
Montella: Roma, risorgerò.
Vucinic, prove da grande attaccante.
Carrizo, ultime ore.
Mi chiedo spesso, poi, perché i suoi titoli fossero tutti del tipo cognomevirgolafraseidiota.
Però, a mio parere, è sempre meglio sorbirsi qualche cazzata che si presenta come cazzata, piuttosto che ingoiare le stesse cazzate, camuffate da cose serie.
E’ per questo che il Corriere vince.
E le donne dovrebbero capire che chi ce l’ha sottobraccio è una persona estremamente impavida, conscia dell’idiozia dei media e sempre pronta a mettersi in gioco.
A proposito di donne, l’assistente del prof. Toscanio era veramente una fica.
Cioè, una fica, diciamo di quelle che piacciono a me.
Minuta, sul metressettanta, capello nero raccolto in coda, finto approssimativo che fa sempre bene.
Abbigliamento sobrio, anche se sui pantaloni spesso azzardava una maglietta verde.
Il verde, colore che odio in tutte le sue forme.
E mi piaceva proprio in virtù del mio radicatissimo gusto del kitsch, in base al quale tendono irrimediabilmente a piacermi tutte le cose che non mi piacciono.
Un occhio chiaro, azzurro, un sorriso da pubblicità di Banca Intesa.
Da quando l’avevo vista la prima volta, al ricevimento, il prof. Toscanio è in assemblea, lo può aspettare qui fuori, improvvisamente avevano cominciato ad assalirmi opprimenti dubbi sui più basilari concetti di microeconomia, Ma che vuol dire curva di utilità?/Vincolo di bilancio? E che roba è?!/Non ho ben capito la concorrenza perfetta!, e alla fine mi ritrovavo lì, a nonascoltare risposte che il professore nonmidava, a buttare l’occhio su di lei mentre cinica fondeva il suo sguardo con il biancosporco della tastiera, Io vado a prendere un caffè, lei vuole qualcosa?, mentre nella mia testa frullavano immagini da soap opera di serie B.
Ho sempre avuto un rapporto difficile con le ragazze.
Perché l’amore viaggia su un equilibrio sottile, esile, esposto anche al minimo grado di rischio.
Basta un soffio di vento, una parola fuori posto, uno sguardo sbagliato e crolla tutto, come una cascata di merda dopo venti prugne a cena.
Cosicché, all’inizio fu Unelma.
Unelma, un silenzio lungo una vita, un silenzio che era compagnia e amore.
La lasciai quando sostenne che non era vero che i dischi non vendevano più, perché se uno ha la passione i cd se li compra lo stesso e sostiene il progetto.
Poi transitò Tayyibe.
Un sofisticato programma di teaching vitale iniettatomi nel cuore.
La feci finita quando sostenne che, secondo lei, Aquilani era più forte di Totti.
Allora strappò il biglietto Natalia.
Un conturbante piatto di vitalità e spensieratezza, la classica persona a cui non porteresti mai rancore.
Non poté andare avanti quando scoprii che taggava le canzoni di cui non conosceva il titolo con le parole più ripetute all’interno della canzone, una cosa che avrebbe mandato a puttane l’intera discografia dei Verdena.
Quindi, Shana.
Un film che si fermava dopo dieci minuti per assenza di pellicola, un cocktail di ‘68 femminile che mi ha rotto un po’ di schemi.
Crollò tutto quando mi scrisse “grattugia” con due g.

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