Quando il nome diventa follia

Venerdì 22 Agosto 2008

Da qualche parte nel mondo c’è qualcuno che con i nomi ha un rapporto nevrotico e schizofrenico, come me (potete leggerne degli esempi qui, qui e qui).
È di circa un mese fa, infatti, la notizia che un giudice Neozelandese ha dato il beneplacito perché ad una bambina di nove anni fosse cambiato il ridicolo nome affibbiatole dai genitori, Talula does the hula from Hawaii (Talula balla la Hula dalle Hawaii), considerato un vero e proprio handicap sociale dalla corte. Per la vergogna, prima dell’agognata rettifica anagrafica la ragazzina dichiarava di chiamarsi semplicemente K.

L’organo giudiziario ha criticato fortemente la moda di dare nomi bizzarri ai propri figli, vietandone alcuni, tra i quali:

  • Sex Fruit
  • Fish and Chips (per due gemelli!)
  • Stallion
  • Keenan got Lucy
  • Cinderella beauty blossom
  • Fat boy
  • Twisty Poi (nome di un piatto Polinesiano)
  • Yeah Detroit

Altri nomi strampalati, però, sono ancora permessi in Nuova Zelanda. Tra questi:

  • Benson and Hedges (sempre per i gemelli)
  • Number 16 Bus Shelter (Fermata del bus numero 16)
  • Violence
  • Midnight Chardonnay

Ma si sa che gli Stati Uniti, in quanto a bizzarrie, sono sempre i primi della classe: nello stato dell’Illnois è stato permesso al conducente di uno scuolabus di cambiare il proprio nome in In God e il proprio cognome in We trust. Nel New Mexico, però, la stessa autorizzazione non è stata data ad un uomo di nome Variable che voleva mutare il proprio appellativo in Fuck Censorship (Fotti la censura); questa persona, in sostanza, è rimasto vittima dello stesso “abuso” che intendeva denunciare, tant’è che ha caricato un video su YouTube nel quale contesta la decisione della Corte.

Notizie di questo genere mi riportano ad un discorso che affrontai tempo fa con Ex-Stefano. Entrambi convinti che l’appellativo di una persona ne condizioni fortemente personalità e reputazione, convenimmo sul fatto che sarebbe bello poter dare ai nostri figli dei nomi che denotino un impeto focoso, ad esempio:

  • Total annihilation
  • Nuclear holocaust
  • Brutal massacre
  • Atomic falcon
  • Weapon of mass destruction

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Anche il solo dire “Io” è un messaggio

Venerdì 2 Novembre 2007
Io, due sigarette in corpo e il Corriere dello Sport del giorno prima sottobraccio.
E’ la lettura più coraggiosa che si possa intraprendere, il Corriere dello Sport.
Perché è schifata sistematicamente da tutti i tessuti sociali.
Un po’ come i metallari, ecco.
Chi è appassionato di calcio pensa che leggerlo sia blasfemità.
La Gazza è più seria, viva la Gazza!
Chi il calcio lo odia, invece, storce il naso sull’assenza umida de L’Unità, La Repubblica, Libero.
E così via, o almeno credo.
Cosicché, alla fine, chi legge il Corriere dello Sport piace solo a chi legge il Corriere dello Sport.
Ma io non la vedo così.
Il Corriere dello Sport è la sua del gossip compulsivo applicato al calcio.
Ti riempie di informazioni inutili, di voci di corridoio improbabili, di interviste fatte con lo stampino.
Montella: Roma, risorgerò.
Vucinic, prove da grande attaccante.
Carrizo, ultime ore.
Mi chiedo spesso, poi, perché i suoi titoli fossero tutti del tipo cognomevirgolafraseidiota.
Però, a mio parere, è sempre meglio sorbirsi qualche cazzata che si presenta come cazzata, piuttosto che ingoiare le stesse cazzate, camuffate da cose serie.
E’ per questo che il Corriere vince.
E le donne dovrebbero capire che chi ce l’ha sottobraccio è una persona estremamente impavida, conscia dell’idiozia dei media e sempre pronta a mettersi in gioco.
A proposito di donne, l’assistente del prof. Toscanio era veramente una fica.
Cioè, una fica, diciamo di quelle che piacciono a me.
Minuta, sul metressettanta, capello nero raccolto in coda, finto approssimativo che fa sempre bene.
Abbigliamento sobrio, anche se sui pantaloni spesso azzardava una maglietta verde.
Il verde, colore che odio in tutte le sue forme.
E mi piaceva proprio in virtù del mio radicatissimo gusto del kitsch, in base al quale tendono irrimediabilmente a piacermi tutte le cose che non mi piacciono.
Un occhio chiaro, azzurro, un sorriso da pubblicità di Banca Intesa.
Da quando l’avevo vista la prima volta, al ricevimento, il prof. Toscanio è in assemblea, lo può aspettare qui fuori, improvvisamente avevano cominciato ad assalirmi opprimenti dubbi sui più basilari concetti di microeconomia, Ma che vuol dire curva di utilità?/Vincolo di bilancio? E che roba è?!/Non ho ben capito la concorrenza perfetta!, e alla fine mi ritrovavo lì, a nonascoltare risposte che il professore nonmidava, a buttare l’occhio su di lei mentre cinica fondeva il suo sguardo con il biancosporco della tastiera, Io vado a prendere un caffè, lei vuole qualcosa?, mentre nella mia testa frullavano immagini da soap opera di serie B.
Ho sempre avuto un rapporto difficile con le ragazze.
Perché l’amore viaggia su un equilibrio sottile, esile, esposto anche al minimo grado di rischio.
Basta un soffio di vento, una parola fuori posto, uno sguardo sbagliato e crolla tutto, come una cascata di merda dopo venti prugne a cena.
Cosicché, all’inizio fu Unelma.
Unelma, un silenzio lungo una vita, un silenzio che era compagnia e amore.
La lasciai quando sostenne che non era vero che i dischi non vendevano più, perché se uno ha la passione i cd se li compra lo stesso e sostiene il progetto.
Poi transitò Tayyibe.
Un sofisticato programma di teaching vitale iniettatomi nel cuore.
La feci finita quando sostenne che, secondo lei, Aquilani era più forte di Totti.
Allora strappò il biglietto Natalia.
Un conturbante piatto di vitalità e spensieratezza, la classica persona a cui non porteresti mai rancore.
Non poté andare avanti quando scoprii che taggava le canzoni di cui non conosceva il titolo con le parole più ripetute all’interno della canzone, una cosa che avrebbe mandato a puttane l’intera discografia dei Verdena.
Quindi, Shana.
Un film che si fermava dopo dieci minuti per assenza di pellicola, un cocktail di ‘68 femminile che mi ha rotto un po’ di schemi.
Crollò tutto quando mi scrisse “grattugia” con due g.

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DiaMetralMente opposto

Martedì 9 Ottobre 2007
“Mio padre mi ha detto una cosa ben precisa. Mi ha detto bada bene, ché le donne stanno davvero godendo solo se strillano. E non ci sono cazzi, purtroppo, tutte quelle che ho scopato hanno strillato solo quando gliel’ho dato ignorante”.
L’aveva detto uno che non sarà stato certo un guru della filosofia di vita, ma che di sesso se ne intendeva eccome.
In quel momento, la vita mi portava verso Zulejka.
Zulejka, il mio conto in sospeso.
Il mio primo, vero, titubante amore.
Il mio essere impacciato fatto donna.
Mi riconobbe subito, nella sua fredda Bologna invernale.
La Bologna delle zeta al posto delle cì.
La Bologna delle due torri, sempre più stanche, sempre più fragili.
La Bologna delle biciclette e dei decini di fumo in piazza.
Quella Bologna che per me era stata sempre e solo Zulejka.
“Ulderico, sei cambiato”, mi disse con un sorriso.
E mi passò sulla guancia sinistra una carezza che avrebbe fuso il piombo.
Tre anni che non la vedevo, in testa solo il ricordo di me, amante impacciato ed inesperto, del tutto inadatto alla prima mossa, quasi non la toccai neanche con un dito, in quei quattro mesi che condividemmo.
Mi strofinò addosso il suo sguardo trasparente.
Io ricambiai con il mio docile e placido imbarazzo.
Poi, come niente, facemmo l’amore.
I suoi occhi fissi verso il mio ventre, le mani che sfioravano il petto, il respiro a scatto come un nuotatore che cerca l’iperventilazione.
In quel momento capii.
Ché sarà pure vero che “Le donne stanno davvero godendo solo se strillano”.
Ma esiste fare sesso e fare l’amore.
E a me piacevano entrambi.
Rimase, tra di noi, il sapore acre di un conto che attendeva di essere saldato da tempo.

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Il siero delle ambiguità

Giovedì 30 Agosto 2007

“Nessuno mi aveva preparato al tuo definitivo silenzio. Nessuno mi aveva spiegato cosa significa un silenzio eterno. Adesso ascolto il silenzio sapendo che sarà sempre uno, due, tre… e sempre silenzio”.

Ultimamente i miei pensieri assomigliano al parto zoppicante di un maldestro programmatore: uno slideshow troppo rapido, una serie di immagini sfreccianti che nemmeno fai in tempo ad acchiapparle, ché la testa corre troppo più veloce della parola.
Però dai, tu sei molto bravo ad esprimere ciò che pensi.
Mmmh, no, non sono d’accordo. Sono bravo, magari, a gettare un braccio alla cieca nel ruscello che mi scorre in testa, afferrare un’immagine, portarla agli occhi e poi spaccare il capello, studiarla in tutte le sue idiosincrasie, memorizzarne ogni singolo aspetto. La tua confusione – e il tuo arrancante discorrere senza meta – sono invece molto più veritiere, molto più rappresentative proprio perché olistiche. Proprio perché tu confusione provi e confusione esprimi, quindi sei onesto con te stesso, mentre io pesco un fattore, di questa confusione, e te lo delineo con chiarezza, con la conseguenza di farmi ossimoro vivente ogniqualvolta si parli.
Come qualcuno che, per dirti di che parla un libro, ti riassume un capitolo a suo piacimento.
E’ così che l’Hit Mania Dance 2007 del cervello di Claudio sono i nomi.
Un tempo, ai nomi davo pochissima importanza.
Ciao, piacere, NicolaGiovannaElenaMarioFedericoAsdrubaleZoe.
E dopo due secondi l’avevo già dimenticato.
Troppo impegnato a studiare la persona, per dar retta al nome.
Troppo.
Ora, invece, i nomi sono la mia nuova ossessione. Li prendo, li studio, me li rigiro tra i pollici come lo schivo scienziato del Teorema del delirio, li leggo e rileggo, mi lascio aggredire, ma soprattutto mi chiedo perché.
Mi chiedo perché una persona si chiami in uno specifico modo.
Mi chiedo se effettivamente meriti il nome che porta.
Mi chiedo perché, in alcune occasioni, escano fuori proprio certi nomi.
“Che so, io ad esempio mia figlia non la chiamerei mai Zoe”.
“…”.
“…cos’è?”.
“Perché Zoe?”.
“No, va be’, era per dire un nome strano”.
“…sì, ma perché proprio Zoe?”.
Tra una smitragliata di nomi che si possono dare, lui tira fuori proprio Zoe, proprio Zoe, solo ed esclusivamente Zoe, il nome che io vorrei dare a mia figlia.
Inquietante, direi.
E mi chiedo, dicevo.
Mi chiedo come un nome possa suonare completamente diverso se ad indossarlo è mia zia anziché un’abbronzata anima ondulocapelluta.
Se ad indossarlo è mia nonna piuttosto che il giallo canarino di un’amica lontana.
“Il mio rapporto con le parole è mutato. E’ diventato nevralgico, spaventato. Adesso certe parole sembrano aggredirmi, perfino mozzarmi il fiato”.