Quello che non c’è (ancora)

Mercoledì 11 Novembre 2009

Io credo sia superstizione
ma il tuo destino mi usa
e rende ciò che amo, quando lo raggiungo
come qualsiasi altra cosa

Ecco, appunto.
Perché per lui, Daniele Carnevali, neanche ’sta soddisfazione.
Voglio dire, raggiungere una cosa, poi rendersi conto chenonnevalelapéna.
E vabbè, occhei, punto pigliepportaccàsa.

Però, per lui, neanche questo.
Perché lui è quello che porca troia.
Quello che è al momento in cui te lo fanno pagare, il prodotto, che ecco, lei voleva una radio trentaduepòllici, ve’?
Ma come, scusi, cazzo, iocchièsto ‘na tivvù trentaduepòllici, checcàzzo.

Invece no, pum, stai, appòsto.
Lui, gli obiettivi non gli cambiavano in corsa, ma in fàccia, a due metri dal traguardo.

E lui, sorriso sullabbòcca, vaffanculo, eccià, ci vediamo.
La testa di chi l’ha appena presarcùlo, la faccia di chi è troppo orgoglioso per ammettere di averlo preso.


Tre, ovvero l’insindacabile giudizio della coincidenza

Giovedì 28 Maggio 2009

Il cinque febbraio del millenovecentottanta ammisi che la vita è un incontro di baseball.
Mi ci volle tempo, tanto tempo per riconoscerlo.
Perché cazzo, la metafora è vomitevole, di un naif imbarazzante, di quelle che leggi sui Baci Perugina, e io ero un anarco-insurrezionalista indiscutibile, mai avrei sognato di calcare il mio pensiero su una forma mentis statiunitense.

E invece, quel cinque febbraio lo ammisi.
La vita, sì, è un incontro di baseball.
Si dipana lenta per periodi interminabili, poi esplode all’improvviso, per trenta secondi è il delirio, poi tutto crolla di nuovo, e mesti si torna alla quiete democristiana, con la cinica pretesa che con essa torni anche la tranquillità interiore.

Ma poi, soprattutto, nella vita c’è chi lancia e chi batte (zero battute scontate, please).
Io, in particolare, ho capito di aver giocato la partita dalla parte sbagliata.
Dalla parte del lanciatore, in particolare.
Sempre attento a cercare un varco, uno spazio in cui far sfilare la palla.
Io non l’ho mai vissuta, la vita, io l’ho stuprata.
Perché l’ho affrontata in modo aggressivo, andandomi a prendere con la forza quello che desideravo dal ventaglio di opportunità che essa mi proponeva.
Ed è così che ti fotte, la vita.
Ti fa sentire grande, ti fa credere di avere potere sul mondo, e invece.

Invece no.
Perché alla fine, anche se sei riuscito a prenderti qualcosa di tua iniziativa, la scelta è sempre, e comunque, pilotata.
Sei tu che hai visto una serie di possibilità.
Sei tu che ne hai scelta una.
Sei tu che hai affibbiato a quella possibilità l’epiteto di desiderata.
E la tua concezione di quella cosa, alla fine, è turbata da tutta una serie di congetture e opinioni tue e solamente tue.
Hai scavato la vita con le unghie, hai rosicchiato informazioni qua e là, poi hai detto toh!, questa è una cosa che piace anche a me, e poi toh!, anche questa, e poi toh!, è fatta, è mia.
Così che, alla fine, ti sei convinto tu, che la tua vita fosse ciò che volevi.
Quando invece l’hai modellata all’eccesso, sulla base di qualcosa che di tuo aveva poco e niente, e adesso è qualcosa di completamente diverso da ciò che era nella fase embrionale.

Meglio, molto meglio una vita da battitore, invece.
In quiete, in attesa.
E quando arriva la palla, quando la vita decide che ti debba arrivare quella palla, quando quella palla non è più una palla, ma tutta una serie di coincidenze e circostanze che poi chi le ritrova più, allora provi a colpirla.
Se non ci riesci, pazienza.

Ma se ci riesci, ah se ci riesci.
Trenta secondi di gloria, di vita a ritmo NoFx.
E poi magari sei fuori.
Ma vabbè.
Almeno non hai di che pentirti di nessuna tua scelta.

CLICCA QUI PER VOTARE QUESTO ARTICOLO SU OKNOTIZIE


Sei e ottanta

Giovedì 14 Maggio 2009

Rovistando tra i futuri più improbabili
voglio solo futuri inverosimili
e non avere mai le mani fredde
e non finire mai le sigarette

Mikhael osserva la sua vita sgretolarglisi attorno, come sabbia da un pugno chiuso male.
La quotidianità uccide la vita, pensa.
Io non sono i piatti che lavo.
Non sono le quattro mandate con cui apro la porta di casa.
Non sono il tasto “on” del mio televisore.
Non sono un divano rotto, non sono rifare il letto, non sono avviare la lavatrice.
Non sono la preoccupazione che il fornetto elettrico scaldi troppo i circuiti della lavatrice su cui è appoggiato.
Non sono lo smacchiatore sui colletti delle camicie, non sono il ferro da stiro che non passo sui vestiti.
Non sono la sveglia che disattivo, non sono la cipolla che affetto per cucinare.

Eppure, pensa, quanti ricordi, quanti propositi nel mio passato.
Quando tutto questo non era scontato, quando erano altri a cucirmi addosso la quotidianità, e io vivevo placido e instabile come una vera rockstar.
Mikhael pensa alla cassiera della mensa in cui mangia ogni giorno.
Menù prefissati, primosecondocontornoacquaepane euro seieottanta.
E quella cassiera, che ogni giorno incrocia centinaia di sguardi tutti uguali e morti, e a ognuno di essi regala il suo seieottanta, poi incassa, dà il resto, lo scontrino, e via con una nuova, emozionante avventura.
Quanto dev’essere brutto, pensare che la frase che hai detto più volte nella vita è seieottanta.

Mikhael prende una vecchia foto piena di troppi capelli.
Dice.
“È giusto”.
Ma pensa.
Seieottanta.

CLICCA QUI PER VOTARE QUESTO ARTICOLO SU OKNOTIZIE


L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Lunedì 16 Marzo 2009

La scimmia pensa, la scimmia fa, mi ripetevo in continuazione.
E, attenzione!, fa, e non , ché questo è un errore comune.
Troppo comune per appartenermi.
Tra i tanti ricordi di un’esistenza superficiale ed approssimativa, fatta dello studio di dettagli inutili, ché se non è inutile non c’è ragione di studiarlo, mi viene in mente questa cosa, in questo momento.
La pubblicità preventiva.
Quella che invade stradepiazzevicolievicoletti qualche giornomese prima dell’avvento.
Quella che suscita la curiosità della gente, ma che d’è ’sta robba?, e alla fine tutti aspettano l’evento, l’avvento.
Poi, magari, l’evento avviene (allitterazione in vù), e ci rimani quasi male, ché era meglio la presentazione, ché era meglio la spasmodica attesa, ché era meglio il prima, quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora.

Stà nascendo a Pomezia, dicevano quei cartelli pubblicitari, scritta blu su un giallaccio da seriebbì.
Stà, proprio così, con quel grossolano errore grammaticale, quell’errore comune a così tanta gente.
Ebbàsta.
Nessuno sapeva, ma tutti si chiedevano: un centro commerciale?, uno stadio?, un bordello?, e tutta quella serie di puntinterrogativi che la gente non sa fare a meno di porsi sotto il naso.
E alla fine, lo spam funziona.
Per gli interrogativi che lascia, e forse (soprattutto) per quella nefandezza grammaticale più goffa di Hurley di Lost.

Ed ho sempre pensato che fosse un po’ così, la mia vita.
Fatta di errori grossolani e sensazionalismi d’anteprima, di contrasti antiestetici (allitterazione in èsse e tì) e populismi da avanspettacolo.
Far credere a tutti di essere quello che non sono, che so, magari qualcosa di puramente attraente e deliziosamente imperfetto, qualcosa di nuovo, per poi scoprirmi di nuovo me, usatovecchièstànco, un uomo senza passato e senza futuro, bloccato in un istante sempre diverso e privo di senso.
Tu sei una pianta grassa, che ha bisogno di dipendere da qualcuno per poi rinfacciargli di toglierti la libertà.

Ed ogni volta, in questa mia esistenza fatta di un unico grandissimo e ampolloso prologo, ho la speranza di trovarmi nuovo, di sbarazzarmi di questa ciclicità che nulla crea e tutto distrugge.
Invece tutto torna, tutto torna, tutto è sempre.
Sensazioni, intorpidimenti, il cloroformio dei sentimenti.

E chissà, se quell’errore grammaticale era voluto.

CLICCA QUI PER VOTARE QUESTO ARTICOLO SU OKNOTIZIE


Confessioni di un allenatore fallito

Mercoledì 17 Settembre 2008

Quando vidi il Milan dei Palloni d’oro perdere due a zero contro il ben-meno-blasonato Genoa, capii che nella mia vita sentimentale avevo sbagliato tutto.
Fossi stato un allenatore, sarei stato uno Zdenek Zeman: qualche lampo qua e là, tanto spettacolo, un gioco veloce e all’avanguardia, un calcio offensivo e totale, ma tanti fallimenti, altrettanti esoneri e squadre che scoppiavano e metà campionato.
Di Zeman non condividevo solo la testardaggine tattica: inamovibile dal suo 4-3-3 dinamico e frenetico lui (il modo più razionale per coprire gli spazi), totalmente perso nella ventaglio di scelte che il calcio proponeva io.

Le provai tutte, le provai davvero tutte, per trovare il giocatore che facesse al mio gioco, che rendesse il mio undici veramente vincente.

Iniziai con i fantasisti, i tipici numeri dieci tutto genio e sregolatezza, che mi facevano impazzire per fantasia ed estro, ma che mi regalavano non pochi grattacapi: qualche cartellino rosso di troppo, non tornavano mai indietro a turare le falle, e se non erano in giornata mi facevano perdere la partita da soli. Mi regalavano emozioni enormi alternate a stati d’animo degni de La stanza del figlio.

Allora mi affidai ai centrali difensivi di grossa stazza, che senza tanti fronzoli spezzavano le incursioni avversarie con il loro strapotere fisico; ma erano statici, tanto statici, troppo statici, ed il loro gioco sempre uguale, atto a distruggere e mai a costruire, mi annoiò ben presto. Mi facevano sentire protetto, ma incapace di reagire.

Con i registi difensivi andò leggermente meglio: amavo il loro modo elegante di uscire dalla retroguardia palla al piede e rilanciare l’azione, erano fottutamente capaci di rimettermi in piedi ogni volta che cadevo, ma le loro frequenti amnesie difensive mi regalavano certe batoste che ancora ricordo con dolore. Credevo di uscire a testa alta da ogni situazione, ma non ero altro che una proiezione, barocca e velleitaria, di un me stesso in realtà molto più fragile.

Allora chiesi disperato aiuto ai medianacci, centrocampisti che non andavano per il sottile, che macinavano chilometri a centrocampo, che avevano un raggio d’azione più lungo del Camino de Santiago, sempre pronti a recuperare la sfera con il coltello tra i denti, a rompere le manovre avversarie. Ma erano incompleti, troppo incompleti: i piedi erano quelli che erano, ed io avevo bisogno di uno straccio di irrazionalità, non ho mai amato le cose semplici.

Poi venne il tempo delle ali e dei terzini fluidificanti: giocatori rapidi, scattanti, brucianti nel lungo, bellissimi a vedersi, che si rendevano protagonisti di innumerevoli scorribande sulla fascia e sfornavano una quantità indicibile di cross, ma erano molto poco cinici sotto porta, e le rare volte che andavano al tiro sfoderavano conclusioni più sbilenche delle gambe di Garrincha. Mi facevano sentire bello ma incompleto.

Allora mi convinsi di aver bisogno di un centravanti di peso, che la buttasse dentro di testa dopo essersi portato appresso due o tre giocatori: un fulcro del gioco attorno al quale costruire tutta la manovra, uno che fosse il finalizzatore di ogni azione. Ma questo modo di giocare, fatto di fisicità e scarsa, scarsissima fantasia, mi stancò subito: prevedibile, meccanico, farraginoso, ogni offensiva terminava allo stesso modo. Ogni giorno era sempre uguale.

Provai quindi con gli attaccanti d’area, quelli sempre appostati vicino all’area piccola, pronti a gettarla in rete alla minima disattenzione della retroguardia, o abili a bruciare l’avversario sul filo del fuorigioco ed infilare il portiere in contropiede. Giocatori terribilmente pragmatici, brutti a vedersi ma efficaci, ma non era ciò di cui avevo bisogno, non volevo una vita che si appoggiasse sugli errori altrui, e il loro cinismo sotto porta finì per portarmi più lacrime che sorrisi.

Prima di gettare la spugna tentai con i registi di centrocampo. Gente che praticamente giocava da ferma, con dei piedi da far gridare al miracolo; le loro punizioni erano più dolci del Mont Blanc, ed erano capaci di svoltarti la partita con un tiro a girare quando tutto sembrava perso. Ma per il resto erano completamente inutili: non coprivano, erano insopportabilmente lenti ed altrettanto insopportabilmente poco mobili, avevano bisogno di qualcuno accanto a loro che facesse il lavoro sporco. Finii per odiarli, per gli stessi motivi per cui fino ad allora li avevo amati.

Troppi giocatori mi avevano promesso che mi avrebbero portato in cima al mondo, ed a troppi avevo promessio io che avrei fatto di loro i più grandi. 

Ma ero stanco dei tronfi pseudocampioni, delle promesse mancate, dei calciatori affidabili ma mediocri, di quelli geniali ma discontinui, di quelli che volevano essere ceduti, di quelli che temporeggiavano sul rinnovo del contratto, di quelli che volevano diventare bandiere della squadra senza esserne in grado, di quelli che volevano essere titolari e con me vedevano a stento la panchina, di quelli che mi mandavano a fanculo dopo le sostituzioni.

Così, quando la mia modesta carriera di allenatore stava ormai per volgere al termine, la guardai dritta negli occhi.

E tu?
Tu, che tipo di giocatore sei?

//j4ckhh.altervista.org/blog
Immagine tratta da http://j4ckhh.altervista.org/blog

Andai dal presidente, gli strinsi la mano per l’ultima volta e firmai le dimissioni.

Di me rimase solo un asettico comunicato sul sito della società.
Io, con il mondo del calcio avevo chiuso.

CLICCA QUI PER VOTARE QUESTO ARTICOLO SU OKNOTIZIE (fatelo, daje… non dovete essere iscritti e basta un click)