Forma e sostanza

Sabato 19 Dicembre 2009

Ogni tanto.
In mezzo a una folla,
in fila alle poste,
dentro l’otto,
o più semplicemente in un sogno,
mi sembra di scorgere mio padre.

Non mi capita spesso che la sua memoria mi stupri. Ormai sono diventato un maestro nel limare gli angoli della mia vita, e condurre un’esistenza di battute ebeti, discorsi superficiali, senza mai mostrare il fianco, senza mai dare alle persone l’opportunità di scoprirmi in ciò che effettivamente sono.

Ma quando appare, quando lo fa ci mette il carico da novanta, e mi assale con tutti gli arretrati, e poi per unoraunamattinataungiornointero mi sento come ubriaco.
Il suo sguardo severo, il suo fare naif, un coltello che mi rigira nella piaga il pensiero che oh, dove stai andando, cosa stai facendo, figlio mio, non è che ti sei perso.
Addirittura, ci sono volte in cui ricevo chiamate sul cellulare da numeri che non conosco, e mi sembra di riconoscere il suo, che in verità non ricordo, ricordo solo che iniziava con trettrennòve e c’era qualche altro tre e qualche sette, in mezzo.
Però, ecco, credendo di vederlo per strada ho immediatamente il modo di ricredermi.
Troppo alto, troppo magro, troppopocobrizzolàto.
Ma la cosa peggiore è quando lo sogno, e lo rivedo in tutte le sue ciniche imperfezioni.

Già, perché quando lo sogno, la sua apparizione è sempre associata a circostanze collaterali che mi uccidono ancora di più.
Tipo, l’impossibilità di trovare qualcosa per scrivere quello che provo.
L’impossibilità di soddisfare l’esigenza di verità che la scrittura agita.
L’impossibilità di far uscire lacrime che vorrei spendere.

E più violentemente quando, come a voler fare scopa, alla rivelazione di mio padre si associa la presenza di lei.

Lei che mi sfugge, lei che è nella mia stessa casa senza che riesca mai a trovarla, a parlarle, lei che scappa da me in uno spazio così circoscritto.
Lei che sento solo per discorso indiretto, discorsi indiretti che ho paura di sentire e di cui ho ancora più paura a chiedere.
Lei che, alla fine, se ne va nel buio, dopo aver salutato tutti, tranne me.
E io che mi fiondo alla porta dell’appartamento, mi affaccio, e la chiamo con quel suo nome antico, bucolico ed essenziale, consonantevocaleconsonantevocaleconsonantevocale, così brutalmente efficace, e le dico ehi, scusa, a me non mi saluti, ecche-è, tutto ’sto tempo è finito nello scarico del cesso.
E, anche quando ce l’ho davanti, anche nell’unica circostanza in cui riesco davvero a vederla, mi appare incompleta, nel buio, ne riconosco solo i contorni, e qualche suo aspetto mi svìa, mi depista una coda di cavallo, dei capelli lisci, un top bianco.
E, il favore del buio ancora attorno a lei, torna verso la porta, mi bacia.
E poi prende le scale, con un accompagnatore anonimo.
Come a volermi far scorrere in vena ancora più dubbi di quanti non ne abbia già.

E io torno, frenetico, a cercare un pezzodicàrta, una penna, un laptop, perché nel frattempo mio padre è tornato, e mi dice oh, che fai, ché devi scrivere, solo quello ti rimane, coglione.
E nella mia testa c’è una pagina Word (anzi, OpenOffice Writer, per carità) di cui ho scritto solo le prime righe.
E il resto, il resto è tutto nella mia testa, ma non riesco a farlo uscire, in tutta la sua brutalità.
Come a voler cercare una parola, una parola sola che possa in un colpo descrivere la vita che abbiamo speso insieme, le litigate al ristorante, l’esigenza di incomprensione, i dieci sacchi la sera per uscire, e quel suo inconfondibile umorismo vecchio, banale, un po’ scontato.
Già, il suo umorismo.
Quell’umorismo che mi fa pensare che forse sì, appapà, è tutto uno scherzo, perché magari “il tuo tumore, il nostro tumore, il nostro personalissimo tumore” forse non è mai esistito, ed è tutta una burla di cattivo gusto, e tu magari non te ne sei mai andato davvero, e da qualche parte esisti ancora, in tutta la tua irraggiungibile semplicità.
E magari ridi di noi, ridi delle lacrime barocche di mamma, dell’impenetrabile scudo sotto il quale si cela un mio fratello, e delle irrevocabili convinzioni sotto cui si cela l’altro.
Di questo me stesso gonfio, grasso e oleoso che mi copre, che da anni mi protegge dalla verità, che mi permette di far credere di conoscere la risposta alla domanda come stai.

E se è uno scherzo, appapà, è durato abbastanza.

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Quello che non c’è (ancora)

Mercoledì 11 Novembre 2009

Io credo sia superstizione
ma il tuo destino mi usa
e rende ciò che amo, quando lo raggiungo
come qualsiasi altra cosa

Ecco, appunto.
Perché per lui, Daniele Carnevali, neanche ’sta soddisfazione.
Voglio dire, raggiungere una cosa, poi rendersi conto chenonnevalelapéna.
E vabbè, occhei, punto pigliepportaccàsa.

Però, per lui, neanche questo.
Perché lui è quello che porca troia.
Quello che è al momento in cui te lo fanno pagare, il prodotto, che ecco, lei voleva una radio trentaduepòllici, ve’?
Ma come, scusi, cazzo, iocchièsto ‘na tivvù trentaduepòllici, checcàzzo.

Invece no, pum, stai, appòsto.
Lui, gli obiettivi non gli cambiavano in corsa, ma in fàccia, a due metri dal traguardo.

E lui, sorriso sullabbòcca, vaffanculo, eccià, ci vediamo.
La testa di chi l’ha appena presarcùlo, la faccia di chi è troppo orgoglioso per ammettere di averlo preso.


Tre, ovvero l’insindacabile giudizio della coincidenza

Giovedì 28 Maggio 2009

Il cinque febbraio del millenovecentottanta ammisi che la vita è un incontro di baseball.
Mi ci volle tempo, tanto tempo per riconoscerlo.
Perché cazzo, la metafora è vomitevole, di un naif imbarazzante, di quelle che leggi sui Baci Perugina, e io ero un anarco-insurrezionalista indiscutibile, mai avrei sognato di calcare il mio pensiero su una forma mentis statiunitense.

E invece, quel cinque febbraio lo ammisi.
La vita, sì, è un incontro di baseball.
Si dipana lenta per periodi interminabili, poi esplode all’improvviso, per trenta secondi è il delirio, poi tutto crolla di nuovo, e mesti si torna alla quiete democristiana, con la cinica pretesa che con essa torni anche la tranquillità interiore.

Ma poi, soprattutto, nella vita c’è chi lancia e chi batte (zero battute scontate, please).
Io, in particolare, ho capito di aver giocato la partita dalla parte sbagliata.
Dalla parte del lanciatore, in particolare.
Sempre attento a cercare un varco, uno spazio in cui far sfilare la palla.
Io non l’ho mai vissuta, la vita, io l’ho stuprata.
Perché l’ho affrontata in modo aggressivo, andandomi a prendere con la forza quello che desideravo dal ventaglio di opportunità che essa mi proponeva.
Ed è così che ti fotte, la vita.
Ti fa sentire grande, ti fa credere di avere potere sul mondo, e invece.

Invece no.
Perché alla fine, anche se sei riuscito a prenderti qualcosa di tua iniziativa, la scelta è sempre, e comunque, pilotata.
Sei tu che hai visto una serie di possibilità.
Sei tu che ne hai scelta una.
Sei tu che hai affibbiato a quella possibilità l’epiteto di desiderata.
E la tua concezione di quella cosa, alla fine, è turbata da tutta una serie di congetture e opinioni tue e solamente tue.
Hai scavato la vita con le unghie, hai rosicchiato informazioni qua e là, poi hai detto toh!, questa è una cosa che piace anche a me, e poi toh!, anche questa, e poi toh!, è fatta, è mia.
Così che, alla fine, ti sei convinto tu, che la tua vita fosse ciò che volevi.
Quando invece l’hai modellata all’eccesso, sulla base di qualcosa che di tuo aveva poco e niente, e adesso è qualcosa di completamente diverso da ciò che era nella fase embrionale.

Meglio, molto meglio una vita da battitore, invece.
In quiete, in attesa.
E quando arriva la palla, quando la vita decide che ti debba arrivare quella palla, quando quella palla non è più una palla, ma tutta una serie di coincidenze e circostanze che poi chi le ritrova più, allora provi a colpirla.
Se non ci riesci, pazienza.

Ma se ci riesci, ah se ci riesci.
Trenta secondi di gloria, di vita a ritmo NoFx.
E poi magari sei fuori.
Ma vabbè.
Almeno non hai di che pentirti di nessuna tua scelta.

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Sei e ottanta

Giovedì 14 Maggio 2009

Rovistando tra i futuri più improbabili
voglio solo futuri inverosimili
e non avere mai le mani fredde
e non finire mai le sigarette

Mikhael osserva la sua vita sgretolarglisi attorno, come sabbia da un pugno chiuso male.
La quotidianità uccide la vita, pensa.
Io non sono i piatti che lavo.
Non sono le quattro mandate con cui apro la porta di casa.
Non sono il tasto “on” del mio televisore.
Non sono un divano rotto, non sono rifare il letto, non sono avviare la lavatrice.
Non sono la preoccupazione che il fornetto elettrico scaldi troppo i circuiti della lavatrice su cui è appoggiato.
Non sono lo smacchiatore sui colletti delle camicie, non sono il ferro da stiro che non passo sui vestiti.
Non sono la sveglia che disattivo, non sono la cipolla che affetto per cucinare.

Eppure, pensa, quanti ricordi, quanti propositi nel mio passato.
Quando tutto questo non era scontato, quando erano altri a cucirmi addosso la quotidianità, e io vivevo placido e instabile come una vera rockstar.
Mikhael pensa alla cassiera della mensa in cui mangia ogni giorno.
Menù prefissati, primosecondocontornoacquaepane euro seieottanta.
E quella cassiera, che ogni giorno incrocia centinaia di sguardi tutti uguali e morti, e a ognuno di essi regala il suo seieottanta, poi incassa, dà il resto, lo scontrino, e via con una nuova, emozionante avventura.
Quanto dev’essere brutto, pensare che la frase che hai detto più volte nella vita è seieottanta.

Mikhael prende una vecchia foto piena di troppi capelli.
Dice.
“È giusto”.
Ma pensa.
Seieottanta.

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L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello

Lunedì 16 Marzo 2009

La scimmia pensa, la scimmia fa, mi ripetevo in continuazione.
E, attenzione!, fa, e non , ché questo è un errore comune.
Troppo comune per appartenermi.
Tra i tanti ricordi di un’esistenza superficiale ed approssimativa, fatta dello studio di dettagli inutili, ché se non è inutile non c’è ragione di studiarlo, mi viene in mente questa cosa, in questo momento.
La pubblicità preventiva.
Quella che invade stradepiazzevicolievicoletti qualche giornomese prima dell’avvento.
Quella che suscita la curiosità della gente, ma che d’è ’sta robba?, e alla fine tutti aspettano l’evento, l’avvento.
Poi, magari, l’evento avviene (allitterazione in vù), e ci rimani quasi male, ché era meglio la presentazione, ché era meglio la spasmodica attesa, ché era meglio il prima, quando tutto ti sorprende e nulla ti appartiene ancora.

Stà nascendo a Pomezia, dicevano quei cartelli pubblicitari, scritta blu su un giallaccio da seriebbì.
Stà, proprio così, con quel grossolano errore grammaticale, quell’errore comune a così tanta gente.
Ebbàsta.
Nessuno sapeva, ma tutti si chiedevano: un centro commerciale?, uno stadio?, un bordello?, e tutta quella serie di puntinterrogativi che la gente non sa fare a meno di porsi sotto il naso.
E alla fine, lo spam funziona.
Per gli interrogativi che lascia, e forse (soprattutto) per quella nefandezza grammaticale più goffa di Hurley di Lost.

Ed ho sempre pensato che fosse un po’ così, la mia vita.
Fatta di errori grossolani e sensazionalismi d’anteprima, di contrasti antiestetici (allitterazione in èsse e tì) e populismi da avanspettacolo.
Far credere a tutti di essere quello che non sono, che so, magari qualcosa di puramente attraente e deliziosamente imperfetto, qualcosa di nuovo, per poi scoprirmi di nuovo me, usatovecchièstànco, un uomo senza passato e senza futuro, bloccato in un istante sempre diverso e privo di senso.
Tu sei una pianta grassa, che ha bisogno di dipendere da qualcuno per poi rinfacciargli di toglierti la libertà.

Ed ogni volta, in questa mia esistenza fatta di un unico grandissimo e ampolloso prologo, ho la speranza di trovarmi nuovo, di sbarazzarmi di questa ciclicità che nulla crea e tutto distrugge.
Invece tutto torna, tutto torna, tutto è sempre.
Sensazioni, intorpidimenti, il cloroformio dei sentimenti.

E chissà, se quell’errore grammaticale era voluto.

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