Marco ha un cervello uessebbì

Martedì 26 Maggio 2009

Marco ha un cervello uessebbì.
Una normalissima periferica plug-in, roba da due soldi, che la connetti al computer e via, senza tanti problemi.
Trasferimento dati, cancellazione, taglia, copiaincolla.
E se proprio scappa il tabula rasa, se proprio vuole cancellare tutto e ricominciare da capo, scatta la formattazione (rapida, il più delle volte).
Nessun sistema operativo, nessuna applicazione.
Solo un puzzle surreale che costruisce a suo piacimento, è lui a decidere se i pezzi nuovi sono coerenti con quelli vecchi, non c’è nessun santone a dire se l’incastro è giusto o sbagliato.
E se proprio esce fuori qualche starnuto di incompatibilità, poco male, basta sovrascrivere, cancellare, spostare.

Marco ha un cervello semplice, un cervello uessebbì.
Ha dei metri di giudizio e di ragionamento degni della provincia di Frosinone.
Sto bene sto tranquillo il lavoro mi dà soldi anche se non mi piace con questa ragazza sto bene me la sposo.
Marco è l’anelito della semplicità.
È tutto quello che un artista come Cristo comanda non vorrebbe mai essere.
Semplice, pulito, banale.

Marco ha un cervello elementare, un fantastico cervello uessebbì.
Quando vuole staccare dal mondo, gli basta un colpo di tasto sinistro sulla barra delle applicazioni.
Disattiva la periferica, la rimuove, e da quel momento è in un angolo, il suo angolo, dove nessuno può vederlo, nessuno gli può rompere i coglioni.
Entra ed esce dal mondo, Marco.
Ci si attacca da un angolo, prende quello che gli serve, non fa domande né tantomeno spiega perché.

Marco ha un cervello geniale, un primitivo cervello uessebbì.
Ha un limite di capacità, oltre quello non si sovraccarica, non può né vuole.
Ha i suoi tot giga di spazio, e dentro ci mette quello che gli pare.

Perché Marco, Marco ha un cervello uessebbì, un cervello libero da dolori infondati e lontani.

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Sei e ottanta

Giovedì 14 Maggio 2009

Rovistando tra i futuri più improbabili
voglio solo futuri inverosimili
e non avere mai le mani fredde
e non finire mai le sigarette

Mikhael osserva la sua vita sgretolarglisi attorno, come sabbia da un pugno chiuso male.
La quotidianità uccide la vita, pensa.
Io non sono i piatti che lavo.
Non sono le quattro mandate con cui apro la porta di casa.
Non sono il tasto “on” del mio televisore.
Non sono un divano rotto, non sono rifare il letto, non sono avviare la lavatrice.
Non sono la preoccupazione che il fornetto elettrico scaldi troppo i circuiti della lavatrice su cui è appoggiato.
Non sono lo smacchiatore sui colletti delle camicie, non sono il ferro da stiro che non passo sui vestiti.
Non sono la sveglia che disattivo, non sono la cipolla che affetto per cucinare.

Eppure, pensa, quanti ricordi, quanti propositi nel mio passato.
Quando tutto questo non era scontato, quando erano altri a cucirmi addosso la quotidianità, e io vivevo placido e instabile come una vera rockstar.
Mikhael pensa alla cassiera della mensa in cui mangia ogni giorno.
Menù prefissati, primosecondocontornoacquaepane euro seieottanta.
E quella cassiera, che ogni giorno incrocia centinaia di sguardi tutti uguali e morti, e a ognuno di essi regala il suo seieottanta, poi incassa, dà il resto, lo scontrino, e via con una nuova, emozionante avventura.
Quanto dev’essere brutto, pensare che la frase che hai detto più volte nella vita è seieottanta.

Mikhael prende una vecchia foto piena di troppi capelli.
Dice.
“È giusto”.
Ma pensa.
Seieottanta.

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Anche le donne fanno CiLecca

Giovedì 16 Ottobre 2008

Aveva un disturbo ossessivo-compulsivo nei confronti della fica, dovuto principalmente all’età tardiva in cui aveva perso la verginità.
La sua cubica misantropia avrebbe fatto impallidire i Cripple Bastards: al mondo che gli girava intorno gridava la sua rabbia per il fatto che, immerso in una costellazione di ragazzotti usi al gusto della broda fin dai sedici anni, per la sua prima volta aveva dovuto aspettarne ventisei.

Ricordo ancora il giorno in cui venne da me, gli occhi scivolosi e brillanti come un parquet tirato a cera.
Ho liberato il merluzzo, disse con piacevole eleganza.
Niente di importante, per carità, una sgallettata Inglese adiposa e cellulitica raccattata a Campo de’ Fiori mentre si vomitava anima, Eden, due dei tre segreti di Fatima e qualche Padre Pio con annessi miracoli a basso costo.
Ma era una fica. Voglio dire: grandi labbra, piccole labbra, clitoride, puntoggì e tutto lo stretto indispensabile a farselo mettere nel culo per piacere, e non perché è l’unico orifizio disponibile.

Da quel momento cominciò ad essere ossessionato dalla fica più o meno quanto Morgan lo è per Battiato.
Si approcciava al sesso femminile con interesse, meraviglia, come un bambino si rapporta ad un castello di sabbia in riva al mare; non era disordinato né schizofrenico, bensì lucido e ragionato.
Fu forse la prima persona che conobbi in grado di essere giudicato un vero e proprio teorico della fregna.
Lo vedevo sempre più spesso intento a scopare e scrivere, scopare e formulare teorie, scopare e bere caffè annacquato compilando scomunicabilissime tabelle Excel.
Si sarebbe scopato anche il Papa, se avesse avuto una fica.

Un giorno venne da me, sudato che neanche alla fermata Battistini in ora di punta.

“Fica dura o fica morbida?”.
“…che?”.
“Ti ho chiesto: fica dura o fica morbida?”.
“Che vuol dire?”.
“Indipendentemente dalla massa corporea, certe donne hanno una fica morbida, della consistenza del muschio, che alcuni osano definire accogliente. A me personalmente non piace, mi sembra di ficcare il cazzo in un vasetto di gelatina alle ostriche. La fica, la fica vera, è altra cosa. Quando lei è stesa a pancia su, la pelle dev’essere aderente alle ossa, diomenevoglia che ci sia del molliccio dove devo sbattere il membro. Il cazzo deve strofinare, deve sentire il contatto delle pareti, come se anche noi avessimo un minuscolo clitoride appeso alla cappella. E poi, ingresso stretto, pelo corto o assente, quello che ti lascia i graffi sulla faccia quando te la strofina addosso”.

Rimasi basito, non tanto dall’assurdità della sua teoria, quanto dal fatto che mi aveva convinto in pieno.
Erano anni di lotte studentesche, occupazioni di università, manifestazioni (non)violente, anni in cui il Comunismo andava per la maggiore: non come oggi, quell’oggi in cui la sua condanna non è dettata tanto dall’aberrazione verso un regime liberticida e totalitario, quanto dal proposito di sopprimere l’anelito di una società più egualitaria.
Anni in cui quasi una persona su tre era Comunista, anni in cui anche il femminismo viaggiava a gonfie vele.
Da quel giorno, io, divenni un po’ meno sensibile alle problematiche delle donne.

Perché lui mi aveva aperto la via dell’uguaglianza tra maschio e femmina: non solo il cazzo, non solo la vita, ma anche la fica dev’essere dura.
E la prossima volta c’incazziamo noi se fate cilecca, checcàzzo.

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Confessioni di un allenatore fallito

Mercoledì 17 Settembre 2008

Quando vidi il Milan dei Palloni d’oro perdere due a zero contro il ben-meno-blasonato Genoa, capii che nella mia vita sentimentale avevo sbagliato tutto.
Fossi stato un allenatore, sarei stato uno Zdenek Zeman: qualche lampo qua e là, tanto spettacolo, un gioco veloce e all’avanguardia, un calcio offensivo e totale, ma tanti fallimenti, altrettanti esoneri e squadre che scoppiavano e metà campionato.
Di Zeman non condividevo solo la testardaggine tattica: inamovibile dal suo 4-3-3 dinamico e frenetico lui (il modo più razionale per coprire gli spazi), totalmente perso nella ventaglio di scelte che il calcio proponeva io.

Le provai tutte, le provai davvero tutte, per trovare il giocatore che facesse al mio gioco, che rendesse il mio undici veramente vincente.

Iniziai con i fantasisti, i tipici numeri dieci tutto genio e sregolatezza, che mi facevano impazzire per fantasia ed estro, ma che mi regalavano non pochi grattacapi: qualche cartellino rosso di troppo, non tornavano mai indietro a turare le falle, e se non erano in giornata mi facevano perdere la partita da soli. Mi regalavano emozioni enormi alternate a stati d’animo degni de La stanza del figlio.

Allora mi affidai ai centrali difensivi di grossa stazza, che senza tanti fronzoli spezzavano le incursioni avversarie con il loro strapotere fisico; ma erano statici, tanto statici, troppo statici, ed il loro gioco sempre uguale, atto a distruggere e mai a costruire, mi annoiò ben presto. Mi facevano sentire protetto, ma incapace di reagire.

Con i registi difensivi andò leggermente meglio: amavo il loro modo elegante di uscire dalla retroguardia palla al piede e rilanciare l’azione, erano fottutamente capaci di rimettermi in piedi ogni volta che cadevo, ma le loro frequenti amnesie difensive mi regalavano certe batoste che ancora ricordo con dolore. Credevo di uscire a testa alta da ogni situazione, ma non ero altro che una proiezione, barocca e velleitaria, di un me stesso in realtà molto più fragile.

Allora chiesi disperato aiuto ai medianacci, centrocampisti che non andavano per il sottile, che macinavano chilometri a centrocampo, che avevano un raggio d’azione più lungo del Camino de Santiago, sempre pronti a recuperare la sfera con il coltello tra i denti, a rompere le manovre avversarie. Ma erano incompleti, troppo incompleti: i piedi erano quelli che erano, ed io avevo bisogno di uno straccio di irrazionalità, non ho mai amato le cose semplici.

Poi venne il tempo delle ali e dei terzini fluidificanti: giocatori rapidi, scattanti, brucianti nel lungo, bellissimi a vedersi, che si rendevano protagonisti di innumerevoli scorribande sulla fascia e sfornavano una quantità indicibile di cross, ma erano molto poco cinici sotto porta, e le rare volte che andavano al tiro sfoderavano conclusioni più sbilenche delle gambe di Garrincha. Mi facevano sentire bello ma incompleto.

Allora mi convinsi di aver bisogno di un centravanti di peso, che la buttasse dentro di testa dopo essersi portato appresso due o tre giocatori: un fulcro del gioco attorno al quale costruire tutta la manovra, uno che fosse il finalizzatore di ogni azione. Ma questo modo di giocare, fatto di fisicità e scarsa, scarsissima fantasia, mi stancò subito: prevedibile, meccanico, farraginoso, ogni offensiva terminava allo stesso modo. Ogni giorno era sempre uguale.

Provai quindi con gli attaccanti d’area, quelli sempre appostati vicino all’area piccola, pronti a gettarla in rete alla minima disattenzione della retroguardia, o abili a bruciare l’avversario sul filo del fuorigioco ed infilare il portiere in contropiede. Giocatori terribilmente pragmatici, brutti a vedersi ma efficaci, ma non era ciò di cui avevo bisogno, non volevo una vita che si appoggiasse sugli errori altrui, e il loro cinismo sotto porta finì per portarmi più lacrime che sorrisi.

Prima di gettare la spugna tentai con i registi di centrocampo. Gente che praticamente giocava da ferma, con dei piedi da far gridare al miracolo; le loro punizioni erano più dolci del Mont Blanc, ed erano capaci di svoltarti la partita con un tiro a girare quando tutto sembrava perso. Ma per il resto erano completamente inutili: non coprivano, erano insopportabilmente lenti ed altrettanto insopportabilmente poco mobili, avevano bisogno di qualcuno accanto a loro che facesse il lavoro sporco. Finii per odiarli, per gli stessi motivi per cui fino ad allora li avevo amati.

Troppi giocatori mi avevano promesso che mi avrebbero portato in cima al mondo, ed a troppi avevo promessio io che avrei fatto di loro i più grandi. 

Ma ero stanco dei tronfi pseudocampioni, delle promesse mancate, dei calciatori affidabili ma mediocri, di quelli geniali ma discontinui, di quelli che volevano essere ceduti, di quelli che temporeggiavano sul rinnovo del contratto, di quelli che volevano diventare bandiere della squadra senza esserne in grado, di quelli che volevano essere titolari e con me vedevano a stento la panchina, di quelli che mi mandavano a fanculo dopo le sostituzioni.

Così, quando la mia modesta carriera di allenatore stava ormai per volgere al termine, la guardai dritta negli occhi.

E tu?
Tu, che tipo di giocatore sei?

//j4ckhh.altervista.org/blog
Immagine tratta da http://j4ckhh.altervista.org/blog

Andai dal presidente, gli strinsi la mano per l’ultima volta e firmai le dimissioni.

Di me rimase solo un asettico comunicato sul sito della società.
Io, con il mondo del calcio avevo chiuso.

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Amore acustico

Lunedì 14 Luglio 2008

Comprammo un Calippo: alla Coca-Cola il mio, ananas e lime il suo.
Buoni entrambi, in verità, se non fosse per il fatto che mangiare il Calippo, per una donna, è sempre compromettente.
Parlammo per ore del mondo, delle piccole cose che giorno dopo giorno ci sorprendono ed uccidono.

Perché simpatia in Inglese si dica empathy ed empatia, invece, sympathy.
Perché si dica che il secondo cd di Siam tre piccoli porcellin degli Afterhours sia acustico, quando di versione acustica vera e propria c’è solo Strategie, e soprattutto perché ci siano due versioni praticamente identiche di Male di miele, nessuna delle quali acustica.
Perché gli Italiani abbiano una particolare idiosincrasia nei confronti dell’acqua frizzante, così che nel Belpaese il cameriere ti interpella sempre dicendo Liscia o leggermente frizzante?. Perché, poi, nelle altre nazioni riescano a bere acque che sono aria al 50%, ed in particolare come facciano i Francesi a bere la Perrier e sostenere che sia un’ottima acqua.

Questi discorsi mi prendevano, mi appassionavano, e mi colpiva notare che lei avesse il mio stesso modo, interrogativo cinico e malato, di guardare il mondo. A riportarli ora mi sembrano noiosi e vuoti, ma forse è solo il congiuntivo che li appesantisce.
Magie del discorso diretto.

Nel frattempo, cercavamo di abbronzarci, di uniformarci allo stereotipo mediterraneo, ma la nostra allergia alle creme produceva risultati imbarazzanti: ci spellavamo, la pelle cadeva e faceva spazio ad altri substrati di pelle, che colpiti dal sole cadevano a loro volta.
Sembrava di rivedere quella scena de Il nemico alle porte:

Quello con il fucile spara!
Quello senza fucile segue il compagno con il fucile!
Quando quello con il fucile viene ucciso,
quello senza fucile raccoglie il fucile del compagno
e spara!

Ci salutammo alle sette, dopo aver vissuto un’intera vita insieme in poco più di nove ore.
Non funzionò, non funzionò mai, morì prima di nascere, in barba alle escandescenze conservatrici di Ratzinger e soci.
Lei era fidanzata da sette anni, io da cinque.
Lei sarebbe partita in Erasmus a breve, e io avevo paura delle distanze.
Lei era, tutto sommato, ancora troppo piccola.

E poi, la Roma andava male, quell’anno.

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