Quello che non c’è (ancora)

Mercoledì 11 Novembre 2009

Io credo sia superstizione
ma il tuo destino mi usa
e rende ciò che amo, quando lo raggiungo
come qualsiasi altra cosa

Ecco, appunto.
Perché per lui, Daniele Carnevali, neanche ’sta soddisfazione.
Voglio dire, raggiungere una cosa, poi rendersi conto chenonnevalelapéna.
E vabbè, occhei, punto pigliepportaccàsa.

Però, per lui, neanche questo.
Perché lui è quello che porca troia.
Quello che è al momento in cui te lo fanno pagare, il prodotto, che ecco, lei voleva una radio trentaduepòllici, ve’?
Ma come, scusi, cazzo, iocchièsto ‘na tivvù trentaduepòllici, checcàzzo.

Invece no, pum, stai, appòsto.
Lui, gli obiettivi non gli cambiavano in corsa, ma in fàccia, a due metri dal traguardo.

E lui, sorriso sullabbòcca, vaffanculo, eccià, ci vediamo.
La testa di chi l’ha appena presarcùlo, la faccia di chi è troppo orgoglioso per ammettere di averlo preso.


Me, me stesso e i miei oppositori

Giovedì 23 Luglio 2009

Ed è così che, diobbòno, mi fermo a fare benzina.
Che piacere, fare benzina.
Un’attività tua, solo ed esclusivamente tua.
Ed è per questo che io, con quelli che di notte lavorano alla pompa di benzina, quelli che ti aiutano a rifornirti in cambio di una mancetta, sono un po’ stronzo.
In maniera del tutto Comunista, pro-immigrazione e pro-cooperazione tra popoli, s’intenda.
Però, ecco, scendere dalla macchina, inserire i miei soldi nella macchinetta a cui l’orientamento dei miei soldi non va mai bene, sganciare la pompa e fare benzina sono gesti che mi piacciono, gesti a cui non voglio rinunciare.
Per questo no, scusa, non ho spicci, mi dispiace.

Ma in questo caso, mi fermo un attimo prima.
No, scusa, non ho spicci, mi dispià.
Per la precisione.

Questo tizio mi ricorda qualcosa.
Fino a qualche anno fa lavoravo come cameriere in un ristorante, zona Laurentina (piuomméno).
Come lavapiatti, o sguattero cheddirsivòglia, lavorava un Pakistano, o Indiano, o Bangladesharo, cazzonesò, dio benedica il razzismo, la Lega Nord e in particolare Mario Borghezio.
Aveva sempre il sorriso stampato sulla faccia.
Un sorriso irritante, ventiquattroresuvventiquattràto, che non capivi mai se ti stesse prendendo per il culo o se semplicemente la vita gli avesse regalato un segreto che tu non conosci.
Neanche ne ricordavo il nome.
A lui non serviva un nome.
Lui era il suo sorriso, ebbàsta.

Ed è per questo che no, scusa, non ho spicci, mi dispià.
E mi fermo un secondo a guardarlo.
E penso.
Ma è lui?
Non sembra.
C’è qualcosa di diverso.

I baffi, ecco, ha più baffi.
Ma poi no, dài, questo è più basso.
Sarà che non lo vedo con il copricapo da cucina.
O magari boh, la pettinatura diversa.

Ah.
No.
Ecco.
È il sorriso.
Gli manca il sorriso, cristoddìo.

Faccio finta di non riconoscerlo.
Esaurisco i miei dieci euro di verde.
Rientro in macchina.
E metto in moto, ebbro di un mondo Audi A4, con il motore a scoppio che pompa, inala, consuma.
E la benzina, la benzina vera, quella che permette di metterlo in moto, che perde autonomia, potere e sorriso.

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Beppe Grillo si candida alla segreteria del PD. Io lo voto, ma.

Domenica 12 Luglio 2009

Il pensiero di dover pulire casa per un’imminente cena con amici.
Qualche cazzata qua e là su Feisbuc, ché è sempre bene curiosare, non mi piace farmicazzimìa.
E Jazz mi scrive:
“Beppe Grillo è impazzito, si candida alla segreteria del PD“.
Non ci voglio credere.
Credo a uno scherzo, spero in uno scherzo.
Perché questa è una di quelle cose che escludo a priori dalla mia impostazione mentale, è come la Roma in seriebbì, come l’insalata russa, come Windows.
E inveceno.

Che dire, vivo sentimenti contrastanti.
Da sempre, vivo sentimenti contrastanti, riguardo a Grillo.
Ma non per le stronzate che propinano i politici, del tipo cià i soldi!, quindi è incoerente!, queste sono amenità che lascio ai ragazzini e alle casalinghe di Voghera, per me la coerenza è l’ultimo dei parametri sui quali giudicare una persona, tanto sono incoerente io.
Però non mi sta particolarmente simpatico come persona.
Non mi entusiasma come comico.
E lo trovo autoreferenziale, refrattario al confronto, spesso approssimativo e un po’ credulone.
Però, il ragionamento che ho sempre fatto a chi lo critica è.
Da qualche anno c’è una persona che dice che i politici sono corrotti, che bisogna mandare affancùlo questa classe dirigente, che bisogna riformare la politica secondo principi etici, e tu checcazzojevoidì?

E quindi, lo voterò, eccèrto che lo voterò.
Non sono un elettore del Piddì, ma di certo sono interessato al fatto che alla sua guida si metta una persona che giudico politicamente migliore degli altri.
E infatti ero orientato su Bersani, che tuttosommàto mi sembra una persona seria.
E invece non lo voterò, e mi dispiace molto per il bold piacentino.
Soprattutto perché questo voto a Beppe lo darò con malcelata convinzione.

Perché la forza di Grillo è sempre stata proprio il non entrare mai all’interno delle logiche che critica.
Se dovesse vincere (improbabile), sarà molto più attaccabile.
E se dovesse perdere, sarà molto più attaccato.

Come dice il grande Alberto Radius:
La riconversione
non mi sembra una ragione
per confondere lo schiavo col padrone”

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Tre, ovvero l’insindacabile giudizio della coincidenza

Giovedì 28 Maggio 2009

Il cinque febbraio del millenovecentottanta ammisi che la vita è un incontro di baseball.
Mi ci volle tempo, tanto tempo per riconoscerlo.
Perché cazzo, la metafora è vomitevole, di un naif imbarazzante, di quelle che leggi sui Baci Perugina, e io ero un anarco-insurrezionalista indiscutibile, mai avrei sognato di calcare il mio pensiero su una forma mentis statiunitense.

E invece, quel cinque febbraio lo ammisi.
La vita, sì, è un incontro di baseball.
Si dipana lenta per periodi interminabili, poi esplode all’improvviso, per trenta secondi è il delirio, poi tutto crolla di nuovo, e mesti si torna alla quiete democristiana, con la cinica pretesa che con essa torni anche la tranquillità interiore.

Ma poi, soprattutto, nella vita c’è chi lancia e chi batte (zero battute scontate, please).
Io, in particolare, ho capito di aver giocato la partita dalla parte sbagliata.
Dalla parte del lanciatore, in particolare.
Sempre attento a cercare un varco, uno spazio in cui far sfilare la palla.
Io non l’ho mai vissuta, la vita, io l’ho stuprata.
Perché l’ho affrontata in modo aggressivo, andandomi a prendere con la forza quello che desideravo dal ventaglio di opportunità che essa mi proponeva.
Ed è così che ti fotte, la vita.
Ti fa sentire grande, ti fa credere di avere potere sul mondo, e invece.

Invece no.
Perché alla fine, anche se sei riuscito a prenderti qualcosa di tua iniziativa, la scelta è sempre, e comunque, pilotata.
Sei tu che hai visto una serie di possibilità.
Sei tu che ne hai scelta una.
Sei tu che hai affibbiato a quella possibilità l’epiteto di desiderata.
E la tua concezione di quella cosa, alla fine, è turbata da tutta una serie di congetture e opinioni tue e solamente tue.
Hai scavato la vita con le unghie, hai rosicchiato informazioni qua e là, poi hai detto toh!, questa è una cosa che piace anche a me, e poi toh!, anche questa, e poi toh!, è fatta, è mia.
Così che, alla fine, ti sei convinto tu, che la tua vita fosse ciò che volevi.
Quando invece l’hai modellata all’eccesso, sulla base di qualcosa che di tuo aveva poco e niente, e adesso è qualcosa di completamente diverso da ciò che era nella fase embrionale.

Meglio, molto meglio una vita da battitore, invece.
In quiete, in attesa.
E quando arriva la palla, quando la vita decide che ti debba arrivare quella palla, quando quella palla non è più una palla, ma tutta una serie di coincidenze e circostanze che poi chi le ritrova più, allora provi a colpirla.
Se non ci riesci, pazienza.

Ma se ci riesci, ah se ci riesci.
Trenta secondi di gloria, di vita a ritmo NoFx.
E poi magari sei fuori.
Ma vabbè.
Almeno non hai di che pentirti di nessuna tua scelta.

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Perché Berlusconi è come un ombrello

Martedì 31 Marzo 2009

“Per me Berlusconi è stato come un ombrello”, mi disse.
Quasi non glielo volevo chiedere, il perché. Quella frase era così ambigua e fascinosa che avrei voluto mantenesse il fascino dell’ininterpretabilità.
E infatti, pochi secondo dopo.
“Perché?”.
“Grazie per la domanda”, sorrise, “perché l’ombrello è l’oggetto pro-tempore per eccellenza. Io, personalmente, non lo prendo mai a meno che non piova a dirotto. Non sono borioso e previdente, non guardo i nuvoloni grigi in cielo né sento dolori al callo, semplicemente valuto l’evidenza e decido di conseguenza.
Poi puntualmente accade che smette di piovere.
E l’ombrello è uno dei pochi oggetti che possono servirti quando esci di casa, ma non quando rientri a casa.
E infatti, io l’ombrello me lo dimentico.
Sempre.
Puntualmente.
Ovunque.
Anche la giacca può avere un’utilità temporanea, ma voglio dire, la giacca è una roba importante, nessuno si sogna di scordarsela da qualche parte.
Invece l’ombrello è un oggettaccio da quattro soldi, che smerciano a poco prezzo i venditori ambulanti.
Io una volta lo votai, Berlusconi.
Perché quel giorno vidi piovere.
Poi, come sempre, me lo scordai in qualche angolo.
E, diomenevoglia, non ne sento assolutamente la mancanza”.

È dura sapere cosa si pensa dell’Italia all’estero.
È dura anche ammettere e ricordare che Berlusconi ha fondato il pidièlle fondando il suo lurido partito con uno che deriva direttamente dalla tradizione fascista.
Noi ormai neanche ci facciamo più caso, perché Fini si è smarcato da quelle idee, almeno a parole.
Però i La Russa, gli Alemanno restano.
E infatti, leggete questo articolo del Guardian sulla nascita del pidièlle.

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