Televideo, progresso e l’importanza dei perché

Lunedì 6 Ottobre 2008

Il Televideo è l’evoluzione tecnologica che meglio si è inserita nella timeline del progresso.
Può essere considerato il vero ponte tra la rigidità dell’offerta dell’informazione televisiva e l’interattività di quella informatica: ti fornisce un accettabile ventaglio di scelte, e tra queste ti puoi muovere con discreta libertà, come un aspirante Indiana Jones alle prese con l’esplorazione della Basilica di San Paolo fuori le mura.
Non è quando lo dico io come la tivvù, ma neanche quando lo dici tu come il web.

Quando ha fatto il suo roboante ingresso nel mercato, il concetto di televisione è cambiato di botto, tant’è che, per un certo periodo, i televisori si distinguevano tra quelli che ciavevano il Televideo e quelli che non ciavevano il Televideo.
Uno spartiacque fenomenale, roba che la dicotomia destra-sinistra je faceva ‘na pippa.

Io da piccolo lo guardavo, il Televideo, con i suoi colori sgargianti e puntuali, e mi meravigliavo.
Perché non era solo Prima (103), Politica (120), Dall’Italia (140), Dall’estero (150), Calcio (201) e Brevi calcio (229).
Non era solo quelle pagine il cui numero ricordavi a memoria, e che ricorderai per sempre (Classifica della serie A: 203), era un’infinità di altre cose che la gente, ormai, non rammenta più.
C’erano pure i giochi, sul Televideo.
C’era l’oroscopo.
C’erano le previsioni del tempo.
C’era la programmazione dei cinema, cazzo!, e quante volte, io, ho deciso che film andare a vedere consultando il Televideo.

E poi, insomma, vuoi mettere?, il brivido di attendere l’aggiornamento delle pagine, quello di aspettare che si completasse il giro dei numeri, prima di giungere alla notizia desiderata.
Da cento a settecentoequalcosa, e poi – sorpresa! – lo ampliarono fino a ottocentoequalcosa, e tutti quei buchi in mezzo che ti chiedevi chissà quando li riempiranno, e chissà che notizie ci metteranno.
E ancora, ti domandavi chissà che faranno, quando non avranno più pagine a disposizione, che si inventeranno?, e sobbalzavi quando, per errori di ricezione del segnale, i numeri in alto a sinistra si incasinavano e magari uscivano fuori quattro cifre, e ti dicevi eccolo!, hanno finito lo spazio e l’hanno ampliato, inizia la nuova frontiera del Televideo e io ne sono testimone e taglianastri.
I titoli e gli articoli estremamente sintetici: ricordo quando un mio amico venne da me quest’estate e mi disse aho’, il Milan non cerca più Ronaldinho, adesso sta per prendere ’sto Dinho, ma chi è?, e io, compassionevole, guarda che Dinho sta per Ronaldinho, è un’abbreviazione che usa Televideo perché altrimenti non j’entrano i titoli, e mi sentivo orgoglioso, orgoglioso di far parte della ristretta cerchia di privilegiati che conoscono alla grande il Televideo e i suoi schemi, come quelli di un amico di sempre.
Mi piace pensare che il soprannome Dinho l’abbia creato lui, il Televideo, ecco.

Un tempo era quello il progresso, era quello il futuro, poi venne Internet, le chat, i social networks, e per un secondo, magari, qualcuno ha pensato che sarebbe morto là, il Televideo, soffocato da una concorrenza imbattibile.
Invece, per la programmazione serale continuo a consultarlo, e lo faccio anche per il calcio (per questo, e solo per questo, ogni tanto guardo anche Mediavideo, che però resta un gradino sotto, in quanto lurida e scorretta imitazione – malgrado abbia creato Il giornale del calcio, che è stata la più grande invenzione della storia dopo la macchina a vapore), per la politica.
Quasi a dire fammi sentire, di questa cosa, che ne pensa er Televideo, un novello opinionista politico de noantri.
Come un sapiente e vetusto imprenditore, il Televideo ha saputo ritagliare e conservare un proprio spazio, una propria ragion d’essere, un proprio perché.

E allora, onore al Televideo, che almeno lui è riuscito a trovarselo, un perché.

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Confessioni di un allenatore fallito

Mercoledì 17 Settembre 2008

Quando vidi il Milan dei Palloni d’oro perdere due a zero contro il ben-meno-blasonato Genoa, capii che nella mia vita sentimentale avevo sbagliato tutto.
Fossi stato un allenatore, sarei stato uno Zdenek Zeman: qualche lampo qua e là, tanto spettacolo, un gioco veloce e all’avanguardia, un calcio offensivo e totale, ma tanti fallimenti, altrettanti esoneri e squadre che scoppiavano e metà campionato.
Di Zeman non condividevo solo la testardaggine tattica: inamovibile dal suo 4-3-3 dinamico e frenetico lui (il modo più razionale per coprire gli spazi), totalmente perso nella ventaglio di scelte che il calcio proponeva io.

Le provai tutte, le provai davvero tutte, per trovare il giocatore che facesse al mio gioco, che rendesse il mio undici veramente vincente.

Iniziai con i fantasisti, i tipici numeri dieci tutto genio e sregolatezza, che mi facevano impazzire per fantasia ed estro, ma che mi regalavano non pochi grattacapi: qualche cartellino rosso di troppo, non tornavano mai indietro a turare le falle, e se non erano in giornata mi facevano perdere la partita da soli. Mi regalavano emozioni enormi alternate a stati d’animo degni de La stanza del figlio.

Allora mi affidai ai centrali difensivi di grossa stazza, che senza tanti fronzoli spezzavano le incursioni avversarie con il loro strapotere fisico; ma erano statici, tanto statici, troppo statici, ed il loro gioco sempre uguale, atto a distruggere e mai a costruire, mi annoiò ben presto. Mi facevano sentire protetto, ma incapace di reagire.

Con i registi difensivi andò leggermente meglio: amavo il loro modo elegante di uscire dalla retroguardia palla al piede e rilanciare l’azione, erano fottutamente capaci di rimettermi in piedi ogni volta che cadevo, ma le loro frequenti amnesie difensive mi regalavano certe batoste che ancora ricordo con dolore. Credevo di uscire a testa alta da ogni situazione, ma non ero altro che una proiezione, barocca e velleitaria, di un me stesso in realtà molto più fragile.

Allora chiesi disperato aiuto ai medianacci, centrocampisti che non andavano per il sottile, che macinavano chilometri a centrocampo, che avevano un raggio d’azione più lungo del Camino de Santiago, sempre pronti a recuperare la sfera con il coltello tra i denti, a rompere le manovre avversarie. Ma erano incompleti, troppo incompleti: i piedi erano quelli che erano, ed io avevo bisogno di uno straccio di irrazionalità, non ho mai amato le cose semplici.

Poi venne il tempo delle ali e dei terzini fluidificanti: giocatori rapidi, scattanti, brucianti nel lungo, bellissimi a vedersi, che si rendevano protagonisti di innumerevoli scorribande sulla fascia e sfornavano una quantità indicibile di cross, ma erano molto poco cinici sotto porta, e le rare volte che andavano al tiro sfoderavano conclusioni più sbilenche delle gambe di Garrincha. Mi facevano sentire bello ma incompleto.

Allora mi convinsi di aver bisogno di un centravanti di peso, che la buttasse dentro di testa dopo essersi portato appresso due o tre giocatori: un fulcro del gioco attorno al quale costruire tutta la manovra, uno che fosse il finalizzatore di ogni azione. Ma questo modo di giocare, fatto di fisicità e scarsa, scarsissima fantasia, mi stancò subito: prevedibile, meccanico, farraginoso, ogni offensiva terminava allo stesso modo. Ogni giorno era sempre uguale.

Provai quindi con gli attaccanti d’area, quelli sempre appostati vicino all’area piccola, pronti a gettarla in rete alla minima disattenzione della retroguardia, o abili a bruciare l’avversario sul filo del fuorigioco ed infilare il portiere in contropiede. Giocatori terribilmente pragmatici, brutti a vedersi ma efficaci, ma non era ciò di cui avevo bisogno, non volevo una vita che si appoggiasse sugli errori altrui, e il loro cinismo sotto porta finì per portarmi più lacrime che sorrisi.

Prima di gettare la spugna tentai con i registi di centrocampo. Gente che praticamente giocava da ferma, con dei piedi da far gridare al miracolo; le loro punizioni erano più dolci del Mont Blanc, ed erano capaci di svoltarti la partita con un tiro a girare quando tutto sembrava perso. Ma per il resto erano completamente inutili: non coprivano, erano insopportabilmente lenti ed altrettanto insopportabilmente poco mobili, avevano bisogno di qualcuno accanto a loro che facesse il lavoro sporco. Finii per odiarli, per gli stessi motivi per cui fino ad allora li avevo amati.

Troppi giocatori mi avevano promesso che mi avrebbero portato in cima al mondo, ed a troppi avevo promessio io che avrei fatto di loro i più grandi. 

Ma ero stanco dei tronfi pseudocampioni, delle promesse mancate, dei calciatori affidabili ma mediocri, di quelli geniali ma discontinui, di quelli che volevano essere ceduti, di quelli che temporeggiavano sul rinnovo del contratto, di quelli che volevano diventare bandiere della squadra senza esserne in grado, di quelli che volevano essere titolari e con me vedevano a stento la panchina, di quelli che mi mandavano a fanculo dopo le sostituzioni.

Così, quando la mia modesta carriera di allenatore stava ormai per volgere al termine, la guardai dritta negli occhi.

E tu?
Tu, che tipo di giocatore sei?

//j4ckhh.altervista.org/blog
Immagine tratta da http://j4ckhh.altervista.org/blog

Andai dal presidente, gli strinsi la mano per l’ultima volta e firmai le dimissioni.

Di me rimase solo un asettico comunicato sul sito della società.
Io, con il mondo del calcio avevo chiuso.

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Qualcuno era Comunista

Lunedì 15 Settembre 2008

Io sono Comunista perché i Comunisti sono come i Marziani.
Qualcuno dice che i Marziani sono un’intelligenza superiore.
Come i Comunisti.
Qualcun altro dice che i Marziani sono dei criminali assassini che distruggeranno il mondo.
Come i Comunisti.
Ma tutti sanno che i Marziani non esistono, che i Marziani sono un’invenzione letteraria, un meraviglioso racconto di fantascienza.
Come il Comunismo.
Ascanio Celestini

Troppi consensi, troppe approvazioni intorno a Ciclofrenia.
Oggi ho voglia di farmi un po’ di nemici.
E allora, via con la provocazione.

Ho sempre duramente condannato la Legge Scelba.
Ebbene sì, la Legge Scelba, quella che condanna l’apologia di Fascismo.
L’ho sempre condannata perché mi sembra un insulto a:

  1. l’intelligenza (o sedicente tale) degli Italiani;
  2. il principio di autodeterminazione dei popoli.

Voglio dire, ci sono una marea di cose condannabili al giorno d’oggi.
La pedofilia, il razzismo, il terrorismo, Vittorio Feltri, l’imperialismo, i cetrioli, la Lazio, il Partito Democratico, il Maurizio Costanzo Show, il Reggae, l’insalata Russa, Keanu Reeves.
Ma non è che per questo si debba fare una legge ad hoc contro ognuno di essi (oddio, forse per l’insalata Russa sì).
Credo che chiunque abbia il diritto di esprimere il proprio pensiero, e chiunque altro di condannarlo senza se e senza ma.

E poi, dai, sarebbe una manna dal cielo per noi Comunisti.
Abolendo la Legge Scelba non dovremmo più sentirci dire perché il Fascismo no e il Comunismo sì? Il Comunismo ha fatto milioni di morti, anche più del Fascismo! Sai quanta gente è crepata nei gulag?
Geniale.
Come se l’errore dal dischetto di De Rossi durante l’Europeo 2008 giustificasse quello di Totti durante la Supercoppa, una sorta di specchio riflesso! per impolverati e corrotti politici ultrasettantenni.
Tanto più che per il Comunismo esiste una distinzione tra ideologia ed applicazione pratica che i Fascisti non hanno la fortuna di avere. A noi Comunisti va benissimo condannare il Socialismo reale, perché tanto lo sappiamo, che il Comunismo vero non era quello là, perché la Rivoluzione oggi no, domani forse, ma dopodomani… sicuramente.

C’è una cosa che ho sempre odiato degli ex-Comunisti, ed è la loro totale incapacità di convivere con il proprio passato.
La paura nei confronti del “possibile” avvento del Comunismo è l’arma principale di Berlusconi e “compagni”.
E quando i moderati di oggi vengono incalzati sul loro passato nel PCI, questi vanno completamente in pappa, la loro dialettica fallisce in stile Parmalat, riescono solo a farfugliare qualche sillaba, senza far notare una cosa molto semplice.

In Italia c’è ancora tanta gente Comunista. Senza considerare le ultime elezioni, nelle quali Veltroni è riuscito nell’invidiabile impresa di eliminare la sinistra radicale dal paese (regalandoci così il privilegio di poter scegliere tra un partito di destra e uno di destra), nel 2006 i partiti che recavano la falce e il martello nel simbolo (Rifondazione e PdCI) ottennerro l’8.16% dei voti alla Camera ed una percentuale almeno equivalente al Senato (incalcolabile, perché i Comunisti Italiani erano insieme ai Verdi; ad ogni modo, la sola Rifondazione prese il 7.373%).
Ecco, appunto.
In Italia quasi una persona su dieci è Comunista, ed è quindi giusto, è democratico che questa idea venga rappresentata in Parlamento.
E mi duole dirlo, ma questo deve valere anche per i Fascisti.
Nessuno deve vergognarsi di essere stato quello che è stato, nessuno deve vergognarsi di essere quello che è.
Una delle poche fortune che ci sono rimaste è quella di poterla pensare come ci pare e piace.

Oliviero Diliberto rappresentò al meglio questa linea di pensiero nel corso di una vecchia puntata di Ballarò (o era forse Porta a Porta? Poco imPorta, tanto è labile la differenza tra i programmi di approfondimento politico in Italia).
Di fronte ad un Gianni Alemanno indiavolato, che lo incalzava dicendogli ma vergognati, Diliberto!, ché hai cinquant’anni e ancora ti dichiari Comunista!, lui mantenne la proverbiale calma e rispose:

Io sono Comunista e sono orgoglioso di esserlo, il vero dramma sei tu, ché sei Fascista e ti vergogni di dirlo.

Avevo in mente un simbolico silenzio, dopo quest’affermazione, ma non posso non lasciarvi con il video di chi questo pensiero l’ha rappresentato nel modo che più mi piace, con la musica.
Compagni & Camerati, please welcome Giorgio Gaber, performing Qualcuno era Comunista.

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Dividi e comanda

Lunedì 28 Luglio 2008

Ciò che sta succedendo in questi giorni è veramente meraviglioso.
Non scherzo, sono serio: è perfetto, è rotondo, è quadrato, è qualsiasi forma geometrica coerente in ogni suo punto. E nelle figure geometriche i punti, si sa, sono infiniti: ci troviamo quindi di fronte ad un numero interminabile di situazioni e sfaccettature semplicemente meravigliose.
Credo che lo scenario politico di questi giorni sia la cosa più prossima alla perfezione che abbia mai visto. Giotto, per intenderci, gli farebbe una pippa a due mani.

Ma andiamo con ordine: Bossi che offende l’inno Italiano. Mi sorprende, mi fa letteralmente morire dal ridere che la gente si soffermi ancora a parlare di argomenti come questo, argomenti che per me non hanno la minima rilevanza.
Sarà forse perché facendo una ricerca “Bossi+inno” in Repubblica.it escono fuori 309 risultati, e quindi parlare di un politico della Lega Nord che critica l’unità d’Italia è attuale più o meno quanto la professione di amanuense?
O sarà forse perché (e qui so di rischiare l’impopolarità) tutto sommato a me dell’inno Italiano non importa uno stracazzo di niente?

Voglio dire, perché tutto questo affanno a difendere un inno – peraltro bruttino – solo perché è l’inno nazionale? Che significa?
Perché ci ostiniamo a difendere la patria, la collettività, il senso di unità nazionale che non abbiamo nella maniera più assoluta?
Migliaia di volte al giorno si sente dire RomaèmegliodiMilanoMilanoèmegliodiRoma, però quando qualcuno insulta l’inno nazionale, tutti pronti ad esprimere frasi di condanna.
Io dico: chi se ne frega dell’inno nazionale, chi se ne frega della bandiera, chi se ne frega dell’Italia unita e patriottica. Questo buonismo da avanspettacolo filostatiunitense mi fa letteralmente vomitare.
Stringerei la mano a politici che pisciano, cacano e sputano sulla bandiera, farei ovazioni a personaggi che la brucino, la usino come busta per l’immondizia o per pulircisi il culo, purché riuscissero a far andare qualcosa per il verso giusto, in questo paese.

Perché la verità è che questa notizia inutile, che ciclicamente si ripete dal primo giorno in cui la Lega Nord è nata, serve solo a coprire l’ennesima schifezza di governo.
E badate bene: dico di governo, non del governo Berlusconi, visto che per me sono tutti schifosamente uguali.
Mentre gli Italiani discutono di Bossi che mostra il dito medio durante l’inno (ma meno male!, un po’ di vita!, almeno ci svincoliamo per qualche secondo da questo vomitevole politically correct), mentre guardano affascinati Erika che gioca a pallavolo durante l’ora d’aria, mentre si commuovono di fronte alle vicende tragiche di Federica Squarise, il governo approva il Lodo Alfano, e adesso tutti i cittadini Italiani sono uguali di fronte alla legge, tranne quattro.

C’è chi dice che è una norma diffusa anche fuori dall’Italia.
Io rispondo che, nel paese con più segreti di Stato al mondo, nel paese in cui quasi un’intera giunta regionale viene arrestata per associazione a delinquere, truffa, corruzione e quant’altro, nel paese delle stragi di Stato, della P2, di Piazza Fontana, di Tangentopoli, di Calciopoli, di Vallettopoli e di tutte le altre -opoli che il potere ci ha regalato, una legge che sottragga in qualche modo anche un solo cittadino ad un giusto processo è da ritenersi vergognosamente contraria al buon senso.

Tanto più che, con la crisi dei mercati finanziari, con l’aumento spropositato del costo della vita, con i continui allarmi rossi che giungono da Bruxelles sulla nostra pericolante situazione economica (e che i politici stigmatizzano in continuazione!) probabilmente c’è qualcosa di più urgente a cui pensare, che preservare quattro persone dai processi.

Ma poi, scusate, Berlusconi è innocente, no?
Lo dice sempre, lui!
Si deve difendere da accuse ingiuste che gli vengono mosse di continuo!
Venti processi, tutti inventati di sana pianta!
È come se domani l’intera magistratura Italiana si svegliasse, mi chiamasse e mi accusasse di trenta reati di cui io non conosco nemmeno l’esistenza!
Ma, voglio dire, io sono innocente, dunque affronto i processi che lo dimostreranno.
Regolare, no?
Berlusconi, però, non ha tutta ’sta voglia di stare in Tribunale.
Così, con una legge di un articolo e uno sputo di commi, si slaccia tempestivamente dal mondo di favole che gli è stato cucito addosso dalle toghe rosse.

Ogni figura, in Italia, tende irrimediabilmente a diventare la macchietta di se stessa.
Fabio Caressa si è creato un personaggio durante i mondiali 2006, e l’ha esasperato in maniera talmente evidente negli anni successivi (quando di fronte a Reggina-Parma o Empoli-Atalanta la verve era irrimediabilmente minore rispetto al mondiale) che è come se il suo personaggio avesse creato un altro personaggio, ed ora ci troviamo un Caressa derivativo, già sentito: mille diversi Fabio Caressa, tutti uguali a loro stessi.

Allo stesso modo, ora Napolitano è diventato un fantastico imitatore di quello che una volta era il Presidente della Repubblica.
Si sa che il Presidente della Repubblica è una figura per lo più istituzionale, tesa a preservare i valori della nostra Nazione ma con un ruolo principalmente di facciata; qualche potere ce l’ha, anche importante, ma Napolitano è umile, estremamente umile, troppo umile, vomitevolmente umile, e così decide di non esercitare nemmeno le poche fuckalltà che ha.
Potrebbe non firmare il lodo Alfano, ad esempio. Che so, una presa di posizione simbolica contro una legge giudicata incostituzionale da cento costituzionalisti (mica dal barbiere sotto casa). Del resto, modificare la Costituzione con una legge ordinaria è prezioso, speciale, geniale. E Napolitano non vuole rinunciare ad essere parodia di se stesso, e se è per questo, forse, non vuole neanche rinunciare all’immunità.

Quindi, Napolitano firma senza dire “A”.
Noi di sinistra, sono ormai quattordici anni che ci facciamo un culo così, ad insultare con certosina pazienza Silvio Berlusconi.
È un lavoro, insultare Berlusconi!
Allora lasciateci almeno il diritto di insultarlo.
Magari prima o poi succede qualcosa.
Tipo con la Juve, avete presente?

Quando scoppiò Calciopoli, io e un mio amico ci guardammo fissi negli occhi.
Lui mi disse:
C’è qualcosa, in questa vicenda, che nessuno ci potrà mai togliere.
Sono anni che diciamo la Juve ruba, la Juve ruba.
E la soddisfazione più grande è sapere che sì, è vero, la Juve ruba.

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Ode a Sebastiano Siviglia

Martedì 13 Novembre 2007
Sebastiano Siviglia è L’Infimo.
Sebastiano Siviglia ha militato nella Roma nel 2001/2002 (l’anno dopo lo Scudetto, una delle più forti degli ultimi anni) dopo essersi affermato nell’Atalanta.
Un buon difensore, per carità. Sembrava un discreto acquisto.
Ma la Roma in retroguardia aveva già Panucci, Samuel, Zebina, Cufré, Aldair, ed in più giocava con la difesa a tre.
Quindi, comprensibilmente poco spazio per Sebastiano Siviglia.
Allora è iniziato il suo declino.
Due sole presenze al Parma la stagione successiva, ceduto in gennaio al Parma.
Poi, una buona stagione nel Lecce.
Ed è allora che succede il fattaccio: lo compra la Lazio.
Da quel giorno, per me Sebastiano Siviglia è diventato l’incubo dei derby, il giocatore che non mi fa dormire la notte per quanto lo odio, per quanto mi fa rosicare, per quanto je vorei mena’.
Perché, imputando il mancato decollo della sua carriera alla mancanza di spazio nella compagine capitolina, Sebastiano Siviglia ha maturato un odio irrefrenabile e devastante nei confronti della Roma.
Dovreste vederlo, nei derby, Sebastiano Siviglia.
Sebastiano Siviglia, quando gioca le stracittadine, ha la bava alla bocca e il coltello tra i denti.
Marca in maniera asfissiante, picchia, urla, sbraita, corre, recupera, si immola.
In alcune occasioni ricorda il miglior Beckenbauer.
E lo fa quasi solo contro la Roma, perché Sebastiano Siviglia odia la Roma.
Ricordo ancora lo scellerato derby perso per 3-0 nel 2006/2007.
Dopo la partita, Sebastiano Siviglia stava rientrando negli spogliatoi con tutti i suoi “compagni”, incrociando com’è ovvio le telecamere di Sky.
Mentre io ancora fissavo allibito le immagini accoltellarmi dallo schermo, Sebastiano Siviglia avvicinò il suo faccione rabbioso alla telecamera e urlò Bravi, lo vincete ’sto Scudetto!
Io ero dolore, lui mi fece diventare disperazione.
E la cosa che non riesco ad accettare è proprio che…
…se io fossi della Lazio, adorerei Sebastiano Siviglia.

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