I Mercoledì di Pippo

Lunedì 25 Febbraio 2008

Chi mi ama non mi vuole correggere
in fondo si tratta solo di esser buoni o cattivi

Se c’è una causa che mi porterò fino alla tomba è quella del tre.
Tre sono i fratelli, signori.
Nati tutti ogni nove anni (treppertré) e quattro mesi.
E tre sono le passioni che accomunano me e i miei fratelli.
Tre, quelle che loro mi hanno trasmesso.
Potrebbero essercene altre, magari.
I R.E.M., ad esempio, ma quelli mi sono entrati dentro uscendo dal solo Simone.
Oppure Goodfellas, ma quello è territorio di Teo e solo di Teo.
A legare indissolubilmente tutti e tre, invece, sono tre altre cose.
Tre passioni che sono il vero marchio di fabbrica dell’ultima generazione dei Delicato.
Marco Van Basten, Corrado Guzzanti e Vittorio Sgarbi.

Non si può mica semplificare sempre
la distinzione tra il bene e il male, poi
non è visibile ad occhio nudo
io non sono più così sicuro


Ecco, appunto, Vittorio Sgarbi.
Ricordo bene quei dopopranzo passati insieme a guardare Sgarbi quotidiani.
Tutte quelle critiche artistiche, l’elogio dell’opera di Velasquez, le feroci critiche alla politica e alla televisione.
Se ad oggi c’è gente che si permette di definire nuovo addirittura il Partito Democratico, allora non si può negare che Sgarbi, allora, fosse un personaggio veramente fuori dagli schemi.
Costruito dalla televisione, magari.
Iracondo, magari.
ScenograficoAutoreferenzialeFumoso, d’accordo.
Ma restava comunque uno che, nel bene o nel male, riusciva inevitabilmente a colpire.
A destra della sinistra e a sinistra della destra.
Provocatorio, innovativo, sofisticato, ironico.
Che risate, lo Sgarbi di allora.
Ricordo una puntata di Sgarbi quotidiani in cui, a seguito di varie critiche che gli erano state mosse, rimase in silenzio per tutta la puntata (dieci minuti circa), facendosi inquadrare dal profilo migliore, muovendosi, rispettando il suo (e anche mio, forse proprio per questo) luogo comune delle mani nei capelli.

Adesso, Sgarbi non è più il personaggio velenoso di una volta.
Indifeso, stereotipato, convenzionale, non lo riconosco più.
Non si arrabbia più, non è più cinico e speitato come una volta.
Ora, se perde le staffe, lo fa solo per copione.
Per rispettare il suo personaggio.
E le sue invettive non sono più così geniali, così fini, così taglienti.
Ora dà della fascista alla Mussolini e del frocio a Cecchi Paone.
Facile, troppo facile, così.

Ma in fondo, mi dico, è questo che vuole la gente.
Persone mediocri, che dicono cose mediocri, che fanno provare emozioni mediocri.
Che non ti facciano sentire particolarmente felice né particolarmente triste.
E tutti mascherano questa voglia di mediocrità dietro una sedicente pretesa di elementarità.
Non si è più disposti a soffrire per essere felici.
Non c’è più disponibilità verso la testardaggine.
Non c’è più stimolo ad andare contro tutto e contro tutti.
Non c’è più la tendenza a scegliere la via più difficile.

Down beneath the impossible pain of our history
Beneath unknown bones
Beneath the bedrock of the mystery
Beneath the sewage system and the path train
Beneath the cobblestones and the water main
Beneath the traffic of friendships and street deals
Beneath the screeching of kamikaze cab wheels
Beneath everything I can think of to think about
Beneath it all
Beneath all get out
Beneath the good and the kind and the stupid and the cruel
There’s a fire that’s just waiting for fuel
There’s a fire just waiting for fuel
There’s a fire just waiting for fuel
There’s a fire just waiting for fuel

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Ballo insieme al vento

Martedì 11 Settembre 2007
Il secondo album è sempre il più difficile
nella carriera di un artista
E’ per questo che ho esitato tanto nello scrivere un post dopo Puttana numero cinque. Difficile, anzi impossibile che potesse avere un successo anche lontanamente simile, specie dopo l’apprezzamento di palati fini e tutt’altro che inesperti/facili (vedi Ka). Però ad un tratto l’esigenza di scrivere si ripresenta impellente, e te ne devi fottere di cosa hai fatto prima. Tanto più che parecchi artisti hanno cagato un secondo album migliore del primo (CapaRezza, Bluvertigo, Tool, i R.E.M. ci hanno messo anche di più).
Se dovessi metaforizzare la mia vita con una lunga staffetta, non credo che ogni cambio di testimone sarebbe rappresentato da un amore, da un amico, da un evento. Perché alcuni si sono rivelati sbagliati, altri giusti ma morti troppo presto, altri troppo dolorosi. Luca una volta mi ha detto Mi sono reso conto che la musica è stato finora l’unico vera grande passione della mia vita, ed ha ragione, lo condivido in pieno. Ed è per questo che ogni tappa fondamentale sarebbe per me un gruppo, un artista, una scoperta nuova.
Ogni musica mi ha sfaccettato, ha imbracciato uno scalpello ed ha modellato una parte di me più di qualunque altra cosa. Non ho mai perso mesi appresso ad un gruppo che poi mi sono reso conto di non apprezzare, non ho mai sofferto per uno scioglimento, ho sempre preferito ricordare ciò che di bello un artista mi ha dato. Perché è questo il bello, è così che è più facile: la musica vera non ti tradisce mai, non ti delude mai, non la abbandoni mai se le vuoi davvero bene.
In principio furono i REM, il primo gruppo che mi ha fatto piangere ascoltando e non vedendo.
Poi venne Daniele Silvestri, le sue liriche profonde ed un po’ edonistiche, che mi aprirono le porte della musica italiana, che non abbandonai mai.
I Radiohead, i concerti a Firenze, le lacrime su Exit music (for a film), lo sguardo attonito e meravigliato con Kid A, il mio lento abbaiare alla luna.
E ancora, i Bluvertigo. Quello che, in un certo senso, considero il mio gruppo preferito in assoluto, l’unico in grado di cogliere alla grande tutte le sfumature della mia persona.
E come scordare i Tool?, che mi facevano sentire ben rappresentato, perché se tutto il resto della musica è qua, loro sono là.
I System of a down, una passione durata un anno in cui sentii loro e solo loro, poi la verve scemò, ma il rispetto rimase, perché la musica non la dimentichi, mai.
E tanti altri, in mezzo.
Pochi altri, però, importanti come questi.
Poi, ad agosto, mentre registravo con Starlette il demo della madonna che ora abbiamo, mentre uscivo di casa con Giò, ecco che da dentro casa suonano queste parole.
Taglia la testa al gallo se ti becca nella schiena
Taglia la testa al gallo se ti becca
(Che manco è sua, del resto)
E allora, l’inizio di un nuovo amore.
Andrea Ra.
Una scoperta di Cristiana, che tutto potevo dirle (anzi, molto poco), ma non che non aveva fiuto.
Capace di scoprire gruppi che mai avrei pensato le potessero piacere.
Ed istintivamente mi stava un po’ sul cazzo, Andrea Ra.
Poi però lo ascoltai.
E cazzo.
Il vero amore non riesci ad odiarlo, mai.
Stai al V-Day, senti una musica di Cristo, uno che col basso ci fa quello che gli pare, e ti dici no dai, non sei tu, non lo voglio sentire quel nome.
Timido, sperando che la risposta sia diversa da quella che già sai.
“Ma chi è ’sto fenomeno?”.
Un coro di “Boh!”.
E dentro lo sai già, chi è.
Poi, Paola, illuminazione.
“E’ Andrea Ra!”.
E allora te lo dici, ho perso, dai, vado.
Ti getti sotto al palco e dopo un quarto d’ora hai le lacrime agli occhi.
Allora ce l’abbiamo, un Les Claypool del belpaese.
Lo ascolti.
Gli perdoni qualche scopiazzatura.
Gianluca Grignani.
I Porcupine Tree.
Pensi mi tortura, quest’uomo.
E lo ami, perché pensi questo ha capito tutto.
A maggior ragione quando scrive testi apparentemente assurdi come Il professor Sotuttoio.
Perché ti fa capire che l’artista,
quello vero,
non ha bisogno di rifugiarsi dietro ai massimi sistemi.
E allora lunga vita ad Andrea Ra,
pioniere di una musica ancora viva,
foriero di amori nuovi o lontani.

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Quando sei nato non puoi più nasconderti (corsi e ricorsi)

Mercoledì 28 Febbraio 2007
E’ la solita vita
la solita rincorsa a una corriera già partita
Tranne quell’anno, quello sì. Quello in cui uscirono i Quintorigo di “Rospo”, quello sì che fu un Sanremo sopra la media. Quest’anno invece no, perché Sanremo è Sanremo, perché Sanremo ha un pregio che lo rende sempre vincente: quello di risultare sempre peggiore dell’anno precedente, sempre peggiore di tutti i precedenti. Vedi DJ Francesco (stonato come un piatto di gamberi a Natale) che canta con il padre, il quale tenta di porre rimedio ai disastri del figlio cantando tutte le note un’ottava sopra e baroccando il tutto all’inverosimile.
Dici “Ok, basta, come al solito, ci ho provato anche quest’anno”, maledici il fatto che oggi non ci sia Mai dire martedì e ti metti al computer in cerca di qualcosa di interessante, in cerca di qualche news sulla crisi di governo. Poi, ad un tratto, arriva tua madre al trotto e, rispettosa della sua sordità, ti urla “Claudio, Claudio, c’è Daniele Silvestri!”. Perché tua madre ascolta Caruso e Claudio Villa, ma una certezza, una piccola certezza che ha agguantato dai tuoi tronfi sedici anni: quella che al suo deludente figlio piace da morire Daniele Silvestri.
Ti siedi davanti alla tivvù, uno dei pochi momenti di intimità familiare, e ascolti. Ma che succede, il microfono è rotto? Perché questa strada distorsione della voce, è fatta apposta? Come mai si porta sempre la mano all’orecchio, c’è qualche problema? Poi metti da parte i pregiudizi, metti da parte il fatto che si diceva che Morgan ci sarebbe andato, a Sanremo, e invece non l’ha fatto, mentre Daniele Silvestri è il solito coglione incoerente, che sputa davanti ai fan nel piatto in cui mangia (e come ci mangia, ragazzi…).
Insomma, ascolti, e alla fine lo ammetti. La canzone è carina, non è male, orecchiabile, divertente, con un significato profondo come al solito. Seppur sia una merda, un venduto, un ipocrita, alla fine Daniele Silvestri è sempre Daniele Silvestri. E le canzoni non le sbaglia mai. Sai già che sarà un successo. La ascolti, con un sorriso sulle labbra, e ti vengono in mente gli anni lontani, già, gli anni lontani…
Stai bene, tutto bene, i ricordi non creano fatica.
Manca solo una cosa.
Te.

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