Starlette live @ The FoxHole Pub

Venerdì 3 Ottobre 2008

Quello che non sono riuscito a dire nel corso dell’intervista telefonica a Post-It è che non mi sono mai posto il problema di conoscere o meno le persone che frequentano il mio blog.
Alcuni non vogliono farlo perché credono sia bello che una conoscenza telematica rimanga tale.
Altri vogliono farlo perché vogliono scoprire cosa c’è dietro le tastiere.
Oggi ho un piccolo invito da fare a quelli che rientrano nella seconda categoria e che abitano a Roma e dintorni.
Domani, sabato 4 ottobre 2008, alle 22:30 (anche se potrebbe iniziare più tardi, dipende da quando il locale sarà abbastanza pieno) mi esibirò con il mio gruppo, gli Starlette (featuring Ulderico al sax, per tre canzoni), al FoxHole Pub, in via Paola Falconieri 47/B (zona Monteverde).
Se non sapete chi sono gli Starlette, ascoltate Jack:


E se vi piace Jack, ascoltate anche gli altri pezzi nella pagina Starlette.
Il locale è piccolissimo (se volete stare seduti vi conviene prenotare chiamando il numero 065376300), il palco minuscolo, ma noi cercheremo di essere grandi.
Sarà un concerto intimo, spero bello proprio per questo.
E poi, voglio dire, avrete l’occasione di capire perché sono orgoglioso di essere un batterista.

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E spegni quella cazzo di TV (ovvero: esibizionismo al cubo)

Venerdì 26 Settembre 2008

Oddio, sì.
Lo so che avevo promesso di mettere onlain lo spezzone della puntata di Post It in cui mi hanno intervistato telefonicamente.
E lo faccio, per carità.
Però vi premetto che sono ridicolo.
Una voce da idiota, mi mangio le parole, dicounmucchiodicazzate (il PD nell’ultimo governo Prodi!!!), considerate che non ce l’ho neanche fatta a vederlo tutto, tanto mi vergognavo.
Io ve lo metto, eh.

Ma vi giuro che dal vivo non ho questa voce!


Però per par condicio voglio mettere anche dei video in cui appaio un po’ più fico.

Il primo è un servizio delle Iene durante il quale mi hanno intervistato, perché insieme a tanti altri gruppi avevo segnalato una truffa perpetrata da una casa discografica milanese ai danni di più di ottanta band.
Cliccate qui per vedere il video, e sappiate che il coglione con la maglietta dei Tool che risponde alle domande di Viviani sono io.

Il secondo è il video della mia esibizione con gli Starlette nel corso del programma televisivo TOP, andato in onda su Gold TV e Sky 851 (mecojoni!!!).
C’è anche nella pagina Starlette di questo blog, ma tant’è, magari qualcuno non l’ha ancora visto.
A presto gente.
Dopo questa overdose della mia facciaccia, piantatevi una siringa di adrenalina nel cuore.

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La tua musica

Domenica 25 Maggio 2008

Sabato pomeriggio in un famoso negozio di strumenti musicali romano.
A comprare un paio di Regal Tip Jeff Porcaro (benauguranti – beneauguranti? - per un batterista), quelle usate dal 3% dei batteristi, troppo piccole, mi si spezzano subito, e poi tu meni come un bastardo, quanto ti durano?

1) Un bambino pettinato in stile Ivano di Viaggi di Nozze, accompagnato da mamma e fratello maggiore, compra la sua prima batteria, una Roland V-Drum piuttosto primitiva concepita per occupare il minor spazio possibile e non fare rumore (un ossimoro di rara efficacia, per un aspirante percussionista). L’anziano gestore del locale gli fa la predica: mi raccomando, studia, ché magari un giorno riesci a farlo di mestiere ed è la cosa più bella del mondo. Un po’ naif, d’accordo, ma non sarebbe un problema se il fratellone, incarnando alla stragrande lo stereotipo annunciato dal suo taglio di capelli, non commentasse: sì, daje, così poi i sordi mii dai te.

Ma va be’, son ragazzi.

2) Sotto lo sguardo severo del responsabile del reparto percussioni faccio il mio ingresso nella sala in cui si provano le batterie. Ci sono delle elettroniche da sturbo, tutte già collegate e pronte ad essere malmenate. Il problema è che c’è un solo sellino e lo sta usando un gruppo di tredicenni totalmente inadatto a qualsiasi tipo di approccio musicale pratico. Come tanta gente, quando vedono una batteria credono di trovarsi di fronte alla Sacra Sindone che piange sangue abbracciata alla Madonna sorretta da Padre Pio crocifisso a testa in giù. Con il culo ben caldo sul suddetto sellino, regalano colpi a caso sui tamburi, con una violenza che sarà neanche un decimo di quella che io applico sugli stessi, ma con una tale sgradevolezza di suono e ritmo da risultare più fastidiosa di uno Stabilo Boss nel buco del culo. Io, invece, con i miei dieci anni di batteria, sono costretto a tamburellare mestamente su pelli attraenti, e alla fine mi becco io la ramanzina del custode, che mi dice di lasciar perdere. Come a dire non è un giocattolo, quello. A me. Ma vaffanculo, penso, ed esco incazzato dalla sala, dopo essermi fatto inculare da un gruppo di ragazzini, una sorta di pedofilia all’incontrario che mi fa bruciare testa e chiappe.

Ma va be’, son ragazzi.

3) Aspiranti metallari crescono: sedicenni appena usciti da scuola, pranzo al McDonald’s e via a sfoggiare in giro per Monteverde le loro magliette degli Iron Maiden comprate dallo Zoppo. Si aggirano per il negozio a guardare chitarre, entusiasmandosi di fronte a modelli mediocri ma belli alla vista (o almeno, a me piace pensare così). Parlano con i commessi, provano strumenti, commentano a voce alta per mettersi in mostra, consapevoli che, alla fine, non compreranno niente (magari giusto un set di corde consigliato dal cassiere – mo’ le vojo prova’/aho’, suonano da paura!), e quindi il loro ruolo nel locale è più inutile di un preservativo bucato.

Ma va be’, son ragazzi.

Quello che davvero mi da al cazzo, invece, sono i commessi.
Ultimamente pare che per lavorare lì tu debba essere uscito dritto dritto da un booklet dei Limp Bizkit: il cassiere e il responsabile del reparto batterie, fatti con lo stampino ma colorati diversamente (ed anche piuttosto male). Cappello al contrario, gomma in bocca, jeans a tre quarti, maglietta larga e capisco cos’è l’odio.

Ma soprattutto, per lavorare in quel negozio devi avere un requisito fondamentale: essere completamente lobotomizzato.
Lo penso, lo credo da sempre, ma sono sempre disposto a concedere una seconda opportunità. Cosìmi sforzo di sopportare il responsabile del reparto percussioni, che tutto sommato è meglio del precedente (Salve, vorrei un paio di Regal Tip Jeff Porcaro! “Ma che cazzo fai, no, mi rifiuto. Prendi queste sono meglio” Senti, stronzo, dammi un paio di Regal Tip Jeff Porcaro e vattene a fanculo).
Mi avvio a pagare alla cassa.
Mi avvicino a Fred Durst timoroso, pregando Dio che non dica una parola.
Prende lo scontrino.
Fin qui tutto bene.
Mi dice “Nove euro”.
Fin qui tutto bene.
Mi chiede “che reparto è?”, ma che cazzo gliene frega?
“Batteria”.
Fin qui tutto bene.
Faccio per andare via, lui mi blocca con la sua voce da Lisa Simpson.
“Che te sei comprato, Vic Firth?”.
E’ lui.
L’odio.

Questa è la storia di un uomo che cade da un palazzo di cinquanta piani.
Mano a mano che cadendo passa da un piano all’altro il tizio si ripete: “Fin qui tutto bene”.
Il problema non è la caduta
ma l’atterraggio.

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Ballo insieme al vento

Martedì 11 Settembre 2007
Il secondo album è sempre il più difficile
nella carriera di un artista
E’ per questo che ho esitato tanto nello scrivere un post dopo Puttana numero cinque. Difficile, anzi impossibile che potesse avere un successo anche lontanamente simile, specie dopo l’apprezzamento di palati fini e tutt’altro che inesperti/facili (vedi Ka). Però ad un tratto l’esigenza di scrivere si ripresenta impellente, e te ne devi fottere di cosa hai fatto prima. Tanto più che parecchi artisti hanno cagato un secondo album migliore del primo (CapaRezza, Bluvertigo, Tool, i R.E.M. ci hanno messo anche di più).
Se dovessi metaforizzare la mia vita con una lunga staffetta, non credo che ogni cambio di testimone sarebbe rappresentato da un amore, da un amico, da un evento. Perché alcuni si sono rivelati sbagliati, altri giusti ma morti troppo presto, altri troppo dolorosi. Luca una volta mi ha detto Mi sono reso conto che la musica è stato finora l’unico vera grande passione della mia vita, ed ha ragione, lo condivido in pieno. Ed è per questo che ogni tappa fondamentale sarebbe per me un gruppo, un artista, una scoperta nuova.
Ogni musica mi ha sfaccettato, ha imbracciato uno scalpello ed ha modellato una parte di me più di qualunque altra cosa. Non ho mai perso mesi appresso ad un gruppo che poi mi sono reso conto di non apprezzare, non ho mai sofferto per uno scioglimento, ho sempre preferito ricordare ciò che di bello un artista mi ha dato. Perché è questo il bello, è così che è più facile: la musica vera non ti tradisce mai, non ti delude mai, non la abbandoni mai se le vuoi davvero bene.
In principio furono i REM, il primo gruppo che mi ha fatto piangere ascoltando e non vedendo.
Poi venne Daniele Silvestri, le sue liriche profonde ed un po’ edonistiche, che mi aprirono le porte della musica italiana, che non abbandonai mai.
I Radiohead, i concerti a Firenze, le lacrime su Exit music (for a film), lo sguardo attonito e meravigliato con Kid A, il mio lento abbaiare alla luna.
E ancora, i Bluvertigo. Quello che, in un certo senso, considero il mio gruppo preferito in assoluto, l’unico in grado di cogliere alla grande tutte le sfumature della mia persona.
E come scordare i Tool?, che mi facevano sentire ben rappresentato, perché se tutto il resto della musica è qua, loro sono là.
I System of a down, una passione durata un anno in cui sentii loro e solo loro, poi la verve scemò, ma il rispetto rimase, perché la musica non la dimentichi, mai.
E tanti altri, in mezzo.
Pochi altri, però, importanti come questi.
Poi, ad agosto, mentre registravo con Starlette il demo della madonna che ora abbiamo, mentre uscivo di casa con Giò, ecco che da dentro casa suonano queste parole.
Taglia la testa al gallo se ti becca nella schiena
Taglia la testa al gallo se ti becca
(Che manco è sua, del resto)
E allora, l’inizio di un nuovo amore.
Andrea Ra.
Una scoperta di Cristiana, che tutto potevo dirle (anzi, molto poco), ma non che non aveva fiuto.
Capace di scoprire gruppi che mai avrei pensato le potessero piacere.
Ed istintivamente mi stava un po’ sul cazzo, Andrea Ra.
Poi però lo ascoltai.
E cazzo.
Il vero amore non riesci ad odiarlo, mai.
Stai al V-Day, senti una musica di Cristo, uno che col basso ci fa quello che gli pare, e ti dici no dai, non sei tu, non lo voglio sentire quel nome.
Timido, sperando che la risposta sia diversa da quella che già sai.
“Ma chi è ’sto fenomeno?”.
Un coro di “Boh!”.
E dentro lo sai già, chi è.
Poi, Paola, illuminazione.
“E’ Andrea Ra!”.
E allora te lo dici, ho perso, dai, vado.
Ti getti sotto al palco e dopo un quarto d’ora hai le lacrime agli occhi.
Allora ce l’abbiamo, un Les Claypool del belpaese.
Lo ascolti.
Gli perdoni qualche scopiazzatura.
Gianluca Grignani.
I Porcupine Tree.
Pensi mi tortura, quest’uomo.
E lo ami, perché pensi questo ha capito tutto.
A maggior ragione quando scrive testi apparentemente assurdi come Il professor Sotuttoio.
Perché ti fa capire che l’artista,
quello vero,
non ha bisogno di rifugiarsi dietro ai massimi sistemi.
E allora lunga vita ad Andrea Ra,
pioniere di una musica ancora viva,
foriero di amori nuovi o lontani.

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